Lotito, per esempio

Giorni di festa per Claudio Lotito: doppia promozione nel giro di poche ore, con la Lazio Women e con la Salernitana. Una soddisfazione che mitiga l’ansia per l’esito finale della lotta per i piazzamenti in Champions League, che difficilmente vedrà la Lazio confermare la bella partecipazione dell’anno scorso.

Si proverà a vincere le quattro gare restanti, sperando che basti, ma la mancata qualificazione, al massimo, obbligherà la Lazio a una correzione di rotta. La gestione oculatissima delle finanze societarie avrà consentito al Presidente della Lazio di congegnare una strategia di ripiego in grado di contenere il danno portato dal precipizio scavato dalla pandemia.

Il grido di dolore del mondo del calcio, strangolato da debiti contratti per vivere al di sopra delle proprie possibilità, non riguarda la Lazio, se non di striscio. I biancocelesti sono inseriti nel sistema e dovranno rivedere al ribasso le stime dei ricavi e l’ipotetica valutazione dei gioielli Milinkovic-Savic, Correa, Luis Alberto in prospettiva mercato.

Problema secondario, però, visto che la Lazio, in genere, cede solo chi non desidera restare a Formello. La società assorbirà con gli introiti della Champions League 2020/2021 i mancati incassi al botteghino imposti dalla chiusura degli stadi e tenterà di tamponare la contrazione degli introiti da diritti tv, maturata in uno scenario di guerra senza quartiere interna alla Lega, di cui sono arrivati echi e schizzi di sangue (e non solo) sulle pagine dei giornali, sui social e sui media in generale.

Il punto è sempre il solito: Lotito attira su di sé critiche, strali, antipatie, invidie,  sfottimenti e contumelie. Saccente, intrigante, moralista, maleducato, ridondante, tronfio, antipatico, tirchio, parvenu. Ma i risultati stanno lì, in bella mostra, a dire che il suo modello di gestione è virtuoso e attraverso l’equilibrio raggiunge risultati tecnici importanti.

Partendo da un presupposto: una società di calcio può contare su entrate che in gran parte possono essere influenzate da elementi aleatori. Tipicamente, le scelte di mercato, gli esiti del campo, spesso legati a fattori imponderabili, l’influenza degli arbitri e degli infortuni.
Da questi presupposti deriva la sua morigeratezza nel contrarre debiti, che nel calcio spesso vanno a finanziare campagne acquisti e ingaggi faraonici che hanno un’influenza nefasta sul conto economico delle società. Durante la sua gestione non ha mai dovuto ricorrere ad aumenti di capitale per ripianare perdite rovinose, evento che nel calcio rappresenta la normalità.

Questo atteggiamento prudente, unito allo slancio moralistico/moralizzatore dei primi tempi, lo ha esposto ai lazzi e ai pernacchi di un mondo del calcio che da sempre vive di spese pazze. In realtà Lotito, dopo aver risanato la Lazio, e avendo ottenuto i primi riscontri positivi sul campo, ha gradualmente alzato il livello delle spese, pur badando sempre all’equilibrio.

Così in biancoceleste sono arrivati i campioni, e ci si è sottratti al balletto delle plusvalenze di comodo che abbelliscono i bilanci senza apportare liquidità. Poche cessioni, tutte a caro prezzo, qualche inciampo, tipo le fughe dei Pandev e dei De Vrij, alcune cantonate di mercato, dai Makinwa ai Muriqi. Un percorso di miglioramento di fondo, graduale e costante.

Le guerre di potere interne al calcio lo hanno esposto al tiro incrociato di rivali e media. Lotito ha avuto un impatto importante nella Lega di Serie A, conducendo le sue battaglie anche arrivando ad aprire strade nuove e sostenendo e provocando cambiamenti profondi nelle strategie delle società di serie A. Un esempio: la rateizzazione del debito verso l’Erario che ha consentito alla Lazio di non fallire e allo Stato di recuperare cifre importanti che altrimenti sarebbero andate perdute per la collettività.

Un accordo apparentemente irraggiungibile, se si pensa che riservarlo a tutte le società operanti in qualunque settore dell’economia provocherebbe sconquassi: nessuno pagherebbe più le tasse, confidando in una transazione a babbo morto. Lotito ottenne in punta di diritto l’agevolazione, che subito dopo venne, di fatto, abolita. Un esempio della sua visione e della capacità di raggiungere un obiettivo anche percorrendo strade nuove, mai frequentate da altri.

Il suo difetto? Se ne vanta. Ostenta le lauree. Non si preoccupa delle buone maniere. Ma ha delle virtù che andrebbero considerate di più. Per esempio, il coraggio. La determinazione con cui ha resistito a una contestazione dell’ambiente selvaggia, minacciosa, senza quartiere, sostenuta  e sospinta anche dalla stampa locale, che ha spaccato una tifoseria storicamente attaccatissima al club, fatta di numeri non elevatissimi ma costanti e fedeli.

Una resistenza che risalta, se messa a confronto con le vicende torbide che hanno visto negli anni molte grandi società dover rispondere di imbarazzanti connivenze con ambienti della tifoseria non proprio presentabili.

Insomma, il modello Lotito è: col bilancio sano e una gestione oculata si vince.
Lasciando che i tecnici lavorino (in 17 anni appena 4 esoneri, 8 allenatori in tutto, tre direttori sportivi, 4 con lui) e che i calciatori crescano nella continuità.
Radu, Lulic, Parolo, Luis Alberto, Milinkovic-Savic, Immobile, e prima ancora altri come Biava, Mauri, Rocchi, Klose, Ledesma, Candreva.
Storie non da prima pagina, forse.
Ma che hanno portato in bacheca 6 trofei.
E una situazione societaria a oggi esemplare.

Un esempio da seguire, insomma.
Ma chissà perché nessuno consiglia un modello Lazio come soluzione dei problemi del calcio. Altro che SuperLega…

 

L’ipocrisia dei media e la nuova Coppa Italia

La Lega ha deciso: la Coppa Italia cambia formula e sarà riservata ai club di Serie A e Serie B. Se ne accorcia la durata e si punta a razionalizzare il calendario, che è inzeppato di eventi e subirà ulteriori compressioni con le nuove formule previste per le Coppe Internazionali. Si parla anche (finalmente) di una serie A a 18 squadre, che renderebbe il campionato più competitivo.

Curiosa la reazione/levata di scudi di media e social, che hanno rinfacciato la decisione a chi ha avversato, Ceferin in testa, il progetto della SuperLega, che voleva soppiantare la Champions League. Non se ne comprende il motivo, visto che la decisione è stata presa da un’assemblea di Lega che include i tre club dissidenti, quindi se ne rinfaccia il contenuto anche a chi non era certo contrario al progetto. In più, se ne evidenzia la chiusura al calcio minore, tacendo che un Coppa a inviti di sicuro premia meno il merito rispetto a un torneo riservato alle partecipanti a tornei che prevedono la possibilità di retrocedere, salire di grado, fallire, eccetera.

La SuperLega era (è) un progetto dove il più potente comanda, e configura un circolo ristretto di superclub basato su parametri che hanno a che fare principalmente col potere e la ricchezza. Forse per questo piace a tifosi e media italiani, sempre ossequienti e pronti a correre in soccorso del potente di turno.

I sondaggi usciti giorni fa sui giornali parlavano chiaro: i tifosi più favorevoli al megaevento erano quelli di Milan, Juventus e Inter. Cioè i tre club che già in Italia godono di una copertura mediatica che prescinde dai risultati sul campo, una narrazione fatta a misura di cliente che non considera il valore in campo ma solo il potenziale ritorno di pubblico. Un’Atalanta (una Lazio), insomma, non saranno mai messe davanti a uno dei tre superclub nazionali in una gerarchia delle notizie, salvo nell’eccezionale caso contingente di una vittoria eclatante. Discorso a parte merita, poi, la bolla mediatica giallorossa, che colloca la Roma in una posizione intermedia tra le tre grandi e le altre.

Il calcio italiano, insomma, va avanti col suo solito solipsismo: se il campo nega, eretico, la gerarchia predefinita, lo fa per caso, e non è necessario preoccuparsene oltremisura, perché la realtà turbata dai fatti tornerà, in assenza di altri fatti, allo status quo predefinito a tavolino.

Il che è la perfetta sintesi dello spirito del circolo di 15 eletti che ne invitano altri 5, una volta l’anno, a fare da comparse per un evento milionario. A proposito: il ritorno economico della Coppa Italia è l’uno per mille di quello della SuperLega…

Resta il lustro dato dalla vittoria nella competizione della Coppa Italia, che oggi pare diventato secondario rispetto a un piazzamento che consente di portare a casa soldi per alimentare il business. Quei soldi che il circolo dei ricchi vorrebbe gestire senza intermediari.

Il calcio è la metafora della vita, dice sempre qualcuno: l’assenza di mobilità sociale, il solco che divide ricchi che fanno follie da (pseudo)poveri che non riescono più a mandare in campo l’oggetto della passione dei tifosi, che si allarga sempre di più, sembra proprio, a guardar bene, la rappresentazione dello squilibrio globale.

 

Il ritorno di Senad

Quando esordì molti laziali dubitarono di lui. Niente di strano, siamo abituati così, diremmo sipperò pure a Leo Messi. In quella partita, a Milano, contro il Milan, pareggiammo 2-2, evento raro a San Siro, dove di norma si perdeva. L’attrazione era Cissé, mattatore della gara, in coppia con Klose. La Lazio di Reja, in doppio vantaggio, si fece raggiungere e sprecò una grande occasione. Senad entrò negli ultimi dieci minuti e combinò qualche pasticcio, mostrando però chiare doti da cursore.

Dieci anni dopo ci siamo resi conto di quanto Senad ci abbia dato quando s’è fermato, per un brutto infortunio, e sembrava non poter più rientrare. La sua assenza è stata una delle principali ragioni dell’incubo post-lockdown. Non tanto e non solo per l’apporto in campo, quanto per la sua presenza, in campo e nello spogliatoio, che è uno dei segreti della Lazio.

Lulic, con Radu e Parolo, è il custode antico della Lazio di Simone Inzaghi. Lo si è rivisto al meglio nello scorcio iniziale della serata trionfale col Milan. Una fiammata durata poco, che ci ha detto, però, che il vecchio leone può ancora ruggire, accompagnando la squadra a tentare una nuova impresa. La conquista di un posto in Champions League, al termine di una stagione massacrante e piena di contrarietà. Sarebbe un risultato eccezionale.

Il bosniaco, protagonista di tutti i successi biancocelesti degli ultimi anni, sembra dare garanzie maggiori rispetto all’incerto Fares, che non si è ancora espresso secondo le sue possibilità. L’esperienza e la serenità di Lulic, oltre alle sue qualità di giocatore, potrebbero essere un’arma in più. Soprattutto nel derby, dove il 71′ agita ancora il sonno dei giallorossi.

A fine stagione si deciderà. Lulic non vuole smettere, ora che ha ritrovato la via del prato verde. La Lazio potrebbe avere ancora bisogno di lui, 35 anni compiuti a gennaio, 366 maglie biancocelesti alle spalle, con 33 gol più uno.

Quello che lo rende indissolubilmente legato ai nostri colori.
Al settantunesimo, la maglia numero diciannove.
Da Mostar, cresciuto con la guerra in casa.
Arrivato per imparare, diventato un simbolo.

 

Champions sfumata? Forse, ma non è ancora finita

Non si placano le polemiche all’indomani della brutta sconfitta napoletana. Le decisioni di Di Bello hanno creato uno scenario che si è rivelato ideale per esaltare le qualità dei partenopei e i biancocelesti si sono dovuti inchinare a una superiorità  tecnica apparsa chiara, nella circostanza, anche se a tratti la Lazio ha girato a pieno regime. E in quei momenti si è visto che la squadra può competere, se al massimo, con il Napoli e con chiunque.

La decisione dell’arbitro pesa, ma non è un alibi sostenibile oltre il lecito. Resta il fatto che Di Bello non è intervenuto né sul rinvio di Milinkovic-Savic né sulla trattenuta di Hysay su Lazzari (vedi foto), che avrebbe richiesto la massima punizione e il cartellino rosso. Anche un intervento del Var a invalidare la decisione, perché l’azione è susseguente al presunto rigore su Manolas, sarebbe arrivato a decisione presa.

Così viene da pensare che senza Var la gara sarebbe passata oltre senza interventi arbitrali. E, se questo poteva essere il male minore per la Lazio, è comunque la prova ulteriore della serata negativa dell’arbitro, oltre che delle scelte di chi stava al Var, che hanno finito per orientare la gara verso Napoli. Com’è successo anche a proposito del fallo di mano commesso da Mertens in occasione del raddoppio tagliagambe dei partenopei.

Scelte legittime, anche se (molto) opinabili. Propendere per una decisione diversa avrebbe spinto la gara su territori alternativi, mantenendo lo status quo o lanciando in orbita la Lazio, con un uomo in più e un rigore da trasformare. Non è successo. Cose che capitano. Raramente ma capitano.

Seccante, semmai, il giudizio un poco a senso unico dei commentatori, solerti nel prendere le parti del Napoli come nel prendere quelle dell’Atalanta in occasione del discusso mani di Bastos nella finale di Coppa Italia vinta con pieno merito dalla Lazio.

Situazioni che sul campo accadono, curioso che nell’impossibilità di dirimere l’incertezza si prenda sempre posizione in senso contrario alla Lazio. Ma sarà, ovviamente, che guardiamo le cose con occhiali biancocelesti, oppure che per accorgersi di cose così  occorre, appunto, mettersi nei panni di chi sostiene le proprie ragioni. Che non sono poche, anche se fossero in minoranza, e non è detto.

Resta il risultato e il modo con cui è maturato, dopo lo show arbitrale. Che anticipa un verdetto che si può ancora riscrivere: Lazio fuori dalla CL, che soccombe a un lotto di avversari formidabili. Vero, ma il triplice fischio non è ancora arrivato, e una partita non dice tutta la differenza tra due squadre. Se ricordiamo il match d’andata la differenza, abissale, fu a favore della Lazio. Quindi, come sempre, bisogna guardare alla prossima partita, cercando di vincerla. Perché c’è sempre un’altra partita.

Il calcio si ribella alla SuperLega

Le immagini delle tifoserie in rivolta (almeno quelle inglesi: la sportività abita lì) sono la risposta più bella che il calcio riserva all’arroganza dei presidenti-cospiratori che hanno messo in piedi lo scintillante baraccone della Superlega, che s’avvia a morte ingloriosa a un paio di giorni dalla nascita notturna, manco fosse un fungo velenoso di quelli che ti dicono mangiami e poi muori.

L’arroganza di Florentino Perez, la doppiezza di Andrea Agnelli, la presunzione di chi credeva di poter incarnare un movimento che innerva l’intero pianeta, scompaiono miseramente davanti alla reazione veemente delle istituzioni del Football e al deciso rifiuto dei tifosi.

Così si scopre che i miliardi degli sponsor non sono tutto, mentre già si sapeva, quasi tutti, che se esiste il Real Madrid è per merito del calcio e non è affatto vero il contrario. Alla faccia dell’ingordigia di dodici club che di super hanno, molti, la bacheca, ma anche, tutti, l’indebitamento mostruoso, solo in parte dovuto ai rovesci imprevedibili della Pandemia.

Ingaggi folli, spese fuori controllo, voglia di far pagare il conto ai più piccoli, sostenendo che la salvezza del calcio passa per il ventre gonfio dei superclub che si sfidano in diretta a reti unificate in un superclasico a settimana.

Tutti insieme in una sporca dozzina che associa superblasonati e superindebitati, club di tradizione antica e di recente arricchimento. Stupiva lo stare fuori dal gruppo del PSG, che passa per essere il più posticcio dei grandi nomi del calcio europeo, ma esce benissimo dalla circostanza e si lancia verso l’agognata Coppa dalle Grandi Orecchie, che Eupalla non potrà negargli, per favorire le manacce avide del Real Madrid.

La reazione delle autorità, che hanno minacciato pesanti sanzioni, dei tifosi e degli altri club, soprattutto di quelli inglesi, ha dato il via alle defezioni: le sei inglesi, chi prima chi dopo, si stanno sfilando, facendo naufragare il progetto, accolte a braccia aperte dall’UEFA, figliolanza prodiga che lascia le altre allo scoperto.

Facile prevedere che l’afflosciarsi del progetto induca al dietro front tutte le altre, non foss’altro che per mettersi al riparo dall’ira funesta di Ceferin. Certo che più di qualcuno si meriterebbe una lezione di quelle sonore, soprattutto tra i tifosi che non hanno perso l’occasione per irridere chi dal megaprogetto restava fuori.

Beghe di secondo piano, tra social e calcio-pollaio, che possono trovare asilo giusto da noi, dove si sa che il fair play non ha mai attecchito. Se salta il banco lo sfottimento sarà un boomerang e i tre superclub gireranno accompagnati dalle sonore pernacchie degli altri, salvo consolarsi con i facili trofei e le regole aggirate a comando, in barba all’equità delle competizioni, e tutto il corollario del calcio malato che conosciamo.

La frontiera, però, in questo caso, è apparsa, bella solida: oltre un certo limite non è lecito andare. Se c’è un miliardo di asiatici che comprano questo prodotto non riuscendo a distinguere una Lazio da un Manchester City, c’è anche una realtà che rifiuta di riconoscersi in eventi creati ad arte ad uso e consumo del pubblico televisivo, e pretende di assistere a uno spettacolo sportivo dove chi sta in campo sia riconoscibile e riconducibile a una precisa geografia calcistica, scolpita nella pietra da più di un secolo di storia.

Non c’è Florentino Perez che tenga: i miliardi non comprano la voglia di correre dietro a un pallone dei bambini di tutto il mondo, che costituisce la base di un movimento che è vivo nei campetti di periferia, che racconta le palle di stracci delle favelas e le glorie dei Garrincha e dei Maradona che lì sono nati e cresciuti e che hanno scritto la storia del calcio, spesso sfidando la boria dei superricchi che credono di poter essere padroni di una passione.

Il calcio è di chi lo gioca. Il calcio è dei tifosi. C’è calcio oltre il Real Madrid, il Barcellona, la Juventus, l’Inter, il Milan. Una finale di Champions League tra Leicester e Porto sarà sempre un evento planetario. E i cinesi la guarderanno a miliardi, senza riuscire a distinguere l’una dall’altra, visto che hanno gli stessi colori. Se poi vai a chiedergli della Superlega e di Florentino Perez ti risponderanno: Flolentino chi?

La palla, intanto, rotolerà felice, al comando dei miliardi di piedi che la calceranno.

La caduta da romanzo di mister miliardo. Sartor, un bravo ragazzo

La parabola di Sartor, da “Mister Miliardo” a rinnegato e dimenticato


Illustrazione di Lorenzo Conti

Se l’Italia si dimostrasse sensibile quanto l’Inghilterra alla dimensione epica del calcio, oggi Luigi Sartor sarebbe l’uomo del momento, braccato dagli editori disposti a sgomitare per pubblicare la sua autobiografia e dai produttori televisivi risoluti a mettere in scena la sua parabola esistenziale.

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Keita e Hermanos: una bella storia di solidarietà

L’abbiamo visto crescere, abbiamo sognato di vederlo diventare un campione, lo abbiamo salutato infastiditi dalla sua voglia di andare altrove, per una vicenda contrattuale complicata e infinita. A 25 anni Keita Balde Diao è ancora in tempo per mantenere le promesse e a Genova sta conquistando la fiducia del tecnico e l’apprezzamento dei tifosi.

Torna a Roma nella settimana in cui la stampa spagnola gli dedica spazio: è imminente la prima televisiva del documentario Hermanos, che racconta la storia del suo intervento a sostegno dei 200 braccianti e raccoglitori di frutta senegalesi rimasti senza casa a Lleida, in Catalogna.

Keita, al tempo in forza al Monaco, è intervenuto in aiuto dei braccianti, inviando cibo, vestiti e denaro. Tutto è avvenuto grazie ai social: dopo aver guardato un video realizzato dal regista Paco Leon insieme a Serigne Mamadou, che denunciava le condizioni in cui vivevano i lavoratori africani, Keita ha preso contatto con Leon e Mamadou, e si è attivato  per aiutare, in tempi di lockdown, con la sua iniziativa di solidarietà, che risale al periodo di marzo/aprile del 2020.

Una storia che parla di razzismo: nonostante Keita si offrisse di pagare le spese molti alberghi  della zona rifiutavano di ospitare i senegalesi, costretti a dormire per strada e a vivere in condizioni disumane.

Nella conferenza stampa di presentazione del video Keita ha raccontato la storia, parlando di razzismo, e ha dichiarato: “C’è qualcosa che non sta andando per il verso giusto. A dire la verità non ne ero cosciente fino a quel momento. Dopo aver visto quel video ho capito. Vivo da molti anni fuori dalla Spagna e non sapevo che le cose andassero così. Offrivamo aiuto e ci siamo scontrati con le pietre. Il problema principale era trovare un posto dove stare e dove dormire, non riuscivamo a trovare un posto. Che ti prendano a sassate quando cerchi di aiutare ti dà da pensare su come stiamo in questo momento. Sono un privilegiato, chi avrebbe mai pensato che avrei potuto fare questa vita? Quando vedo qualcuno triste nello spogliatoio per una sciocchezza penso sempre che i problemi veri sono altri. Viviamo in un mondo dove ci sono più cose brutte che belle, ma non bisogna perdere l’ottimismo. Si tratta di seguire i propri sogni: ho fatto questo a Lleida perché spero che domani lo faccia anche qualcun altro”.

Keita è cresciuto, campione o no, è un uomo che merita tutta la stima del mondo.
Sarà un onore ritrovarlo in campo.

La Champions League dei laziali

La Champions League di quest’anno è piena come non mai di vecchie conoscenze laziali, sparse in ben 6 squadre ancora in corsa negli ottavi di finale. Con la Lazio fanno 7.

Uno di loro l’ha vinta sul campo, privilegio toccato anche a Tassotti (tre volte), Nesta (due volte), Oddo e Favalli  col Milan, a Michael Laudrup col Barcellona e a Stankovic e Pandev con l’Inter. Si tratta di Karl-Heinz Riedle, oggi dirigente del Borussia Dortmund, che mise a segno una fantastica doppietta nella finale vinta (1997) contro la Juve, in cui giocava un ex laziale (Boksic, già vincitore della Coppa a Marsiglia) e due futuri biancocelesti, Jugovic, che già aveva vinto la Coppa con la Stella Rossa, insieme a Mihajlovic, e Vieri.

In parecchi ci sono andati vicini, perdendo in finale. Il più titolato è il Cholo: Simeone, un palmares spaventoso di trofei vinti, ha perso da mister dell’Atletico due volte in finale, sempre contro il Real Madrid. Quest’anno ci riprova, sempre alla guida dei Colchoneros. Anche Miro Klose ha perso la sua chance, finalista battuto dall’Inter di Mourinho. Oggi è il vice allenatore del Bayern che si accinge ad affrontare la Lazio. La Champions persa nella Samp è rimasta, per Roberto Mancini, il massimo rimpianto di una carriera ricca di soddisfazioni. Con lui in campo, quel giorno, anche Attilio Lombardo e Renato Buso. Mancio e Lombardo saranno laziali, Buso era già un ex. Flavio Roma, campione d’Italia primavera con nesta e Di Vaio, perse la finale difendendo la porta del Monaco contro il Porto di José Mourinho.

Ieri sera Sergio Conceiçao ha guidato proprio il Porto alla vittoria contro la Juve. In panchina sedeva un malinconico Felipe Anderson, che vede il campo di rado. Nella Juve sconfitta, oltre a Nedved, Vicepresidente, siede in panchina Roberto Baronio, talento sempre in procinto di sbocciare e alla fine appassito in molte Lazio del terzo millennio. Fa l’assistente di Pirlo.

Un altro, ricordato per un episodio risalente al 1997, è Carlo Cudicini. Ha giocato una sola partita nella Lazio, ma è rimasta viva nella memoria dei tifosi: giocò contro il Cagliari e si infortunò gravemente, rimanendo a difendere la porta con una lesione ai legamenti di un ginocchio. Anche lui ha perso in finale, due volte, col Milan e col Chelsea, ma era sempre in panchina. Oggi è nello staff del Chelsea.

Simone Inzaghi completa il gruppo degli ex illustri in lizza. Lui è rimasto alla Lazio, con qualche temporanea migrazione, e ha conosciuto, da compagno o da avversario, la gran parte degli ex che abbiamo citato. Proverà a giocarsi le sue carte contro il Bayern campione di tutto, perché quest’anno siamo nella massima competizione europea non soltanto con gli ex.

I processi alla Lazio non finiscono mai

Siamo alle solite: Lazio sotto processo. La notizia del deferimento per presunte irregolarità nella gestione dell’emergenza sanitaria da Covid-19 tiene banco e i soliti processi mediatici sono in atto da tempo. Sul contenuto delle accuse e sugli sviluppi possibili abbiamo già letto ovunque e non ne parleremo qui.

Se dessimo retta ai processi sommari dovremmo immaginarci come minimo radiati dai ranghi calcistici (ad alcuni piacerebbe assai), ma l’esperienza insegna che i processi si celebrano nelle aule dei tribunali (in questo caso quello sportivo) e che in genere le condanne degli ultras con la penna restano nei loro sogni bagnati.

Vedi eclatante caso Mauri, costato al giocatore una settimana di carcere gratis, dopo una vergognosa campagna di stampa, simile, nei toni e nelle condanne preventive, a quella a cui assistiamo da mesi, nel quadro torbido di una feroce lotta politica interna alla Lega Serie A per i diritti televisivi e la creazione della Media Company, un affare da centinaia di milioni che molti vorrebbero pilotare a colpi di sensazionalismi.

Il pasticcio dei tamponi è un groviglio inestricabile: altri ne uscirebbero come parti lese (guardate al colore delle sciarpette dei suddetti ultras con la penna), la Lazio esce sempre condannata. Staremo a vedere: i comunicati del club sembrano sereni e fiduciosi in un esito positivo della vicenda. Civiltà vorrebbe che si giudicasse l’imputato innocente fino a prova contraria, ma l’ultras con la penna del garantismo non sa che farsene.

Che sia un atto dovuto o un grave atto d’accusa, il processo che seguirà al deferimento vedrà la Lazio difendere le sue ragioni, già accennate nelle comunicazioni ufficiali.
Noi aspetteremo gli esiti della vicenda, certi che per ogni processo archiviato prima o poi se ne inventerà un altro. Va così. D’altra parte se non puoi batterli sul campo tenti tutte le strade possibili. Vedi calciopoli, in un senso e nell’altro.