Il saluto di Simone

La lettera di Simone Inzaghi ai tifosi laziali, pubblicata dal Corriere dello Sport.

«Carissimi tifosi laziali, avevo 23 anni quando sono arrivato a Roma. Ero un ragazzino pieno di sogni e ambizioni che pensava solo a diventare un calciatore affermato. La Lazio in quel momento rappresentava per me una splendida opportunità, una possibilità per raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissato. Mai mi sarei immaginato che sarebbe diventata la mia nuova casa. Giorno dopo giorno, quell’esperienza professionale è diventata molto di più. Ho scoperto una nuova famiglia. Non è semplice retorica, è la realtà. Sono trascorsi altri 22 anni da quel momento, metà della mia vita. Sono cresciuto e diventato uomo insieme a tutti voi, trascorrendo anni meravigliosi. Non dimentico né le gioie né le lacrime. Non dimentico le vittorie, né tantomeno le sconfitte, che non mi hanno mai fatto dormire la notte. Tutto questo da parte della mia vita e lo porterò per sempre con me. Ecco perché non è stato facile e non lo è tuttora voltare pagina. Non è una cosa che si può fare in un minuto, una settimana. Ci vorrò tempo per elaborare le emozioni e un cambiamento così radicale, dove le emozioni si scontrano una con l’altra. Non ho problemi ad ammettere che lasciare la Lazio sia stata una delle scelte più complicate della mia vita, non ho avuto ancora nemmeno la forza di andare a svuotare l’armadietto a Formello. I motivi che mi hanno portato a fare questa scelta non voglio affrontarmi ma è probabile che tutti avremmo potuto fare meglio. Nessuna polemica s’intende. Non le ho mai fatte. Il biancoceleste per me resterà solo amore. Senza il presidente Lotito e il ds Tare non avrei mai potuto realizzare il mio sogno di allenare la mia squadra del cuore. Allo stesso tempo però sono anche un professionista che ama il suo lavoro: per questo la mia determinazione e la voglia di mettermi in gioco mi portano lontano da Roma e non nego di essere completamente concentrato su questa nuova avventura con l’Inter. Ma voi, tifosi e amici e compagni, mi mancate e mi mancherete e volevo farvelo sapere. Non sono uno di molte parole ma oggi sto facendo un’eccezione proprio per questo, anche perché più passano i giorni e più i miei pensieri escono dal cuore. Si dice che le persone care bisogna lasciare andare e io lo sto facendo, abbracciando simbolicamente ciascuno di voi. Tutto quello che potevo dare l’ho dato, a discapito anche della mia famiglia, della mia salute e delle mie corde vocali. Credetemi, quando uscirò il calendario la prima cosa che farò sarà vedere il giorno in cui tornerà all’Olimpico. E ve lo dico già adesso: verrò sotto la Curva Nord per salutarvi. Non mi interessa se ci saranno fischi o applausi, accetterò qualsiasi cosa. Io ci sarò. Faccio un grosso in bocca al lupo a mister Sarri. Un grandissimo allenatore che farà il bene della Lazio. E che riceverà tanto in cambio perché troverà una tifoseria meravigliosa e un gruppo di ragazzi straordinari. Calciatori e prima ancora uomini fantastici, che non ringrazierò mai abbastanza per avermi dato sempre tutto e anche qualcosa di più. E poi ci sono tante persone dietro le quinte a Formello che in pochi conoscono, ma che sono state fondamentali e preziose per me e per tutti noi. MI hanno accompagnato nel mio cammino. Non dimenticherò mai le loro lacrime: avrete sempre un posto del mio cuore. Sentirò sempre la Lazio come casa mia e io per voi resterò sempre e solo Simone. È stato un privilegio e un grande onore. Abbiamo scritto e raccontato tutti insieme anni che rimarranno nella storia. Vi voglio un mondo di bene. Sarete sempre parte di me».

Finalmente: Sarri

Quanto può durare la trattativa per l’ingaggio dell’allenatore di un club importante? C’è chi la chiude in una nottata, nonostante il mister si sia impegnato a rinnovare con altri: è capitato quindici giorni fa, il ragazzo-mister della Lazio aveva accettato la proposta di Lotito ma era insoddisfatto, si vede, desideroso di nuove sfide o di qualche dollaro in più.

Così ha detto: spiace. E noi ci siamo arrabbiati perché poco prima, giusto poco prima, aveva esternato, e non sembrava da lui, un lamento del tecnico vincente e ignorato dalla sua società, costretto a elemosinare un rinnovo da mesi e mesi, manco fosse una fidanzata lasciata a casa ad aspettare un amore che si era dimenticato di lei o aveva trovato di meglio da fare.

Poi è partito il toto-successore, non prima di aver buttato la croce sulle spalle della società, rea di approssimare e di tirare per le lunghe pure le trattative per l’acquisto dei birilli da campo di allenamento. Mentre i cavalieri dell’angoscia si dilettavano a ipotizzare nomi che alimentassero il dileggio, da Maran a Mazzarri, Lotito si metteva sulle tracce del tecnico in grado di caricarsi sulle spalle un’operazione-rilancio in grande stile.

Maurizio Sarri, detto il Comandante.

Cercato, chiamato, convinto. In due settimane, poche o tante che siano. Tante per chi come me si è astenuto dallo scrivere, per scaramanzia. Poche, per gli standard di Lotito, che sembrava aver trovato un osso duro, in grado di dilatare quanto lui i tempi di un discorso a tavolino. La visita al centro sportivo, i ragionamenti sullo staff, i dettagli economici che non sono mai sembrati il punto centrale della discussione.

Si riparte da un allenatore “giochista”. Abbiamo avuto Zeman e sappiamo cosa vuol dire. Così il vocabolario della Treccani definisce il sarrismo:

sarrismo (Sarrismo) s. m. La concezione del gioco del calcio propugnata dall’allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva; anche, il modo diretto e poco diplomatico di parlare e di comportarsi che sarebbe tipico di Sarri.

Non che Inzaghi non ci tenesse al gioco, in tanti lo accusavano come in una litania-mantra di eccessiva rigidità, schiavo di un modulo e di alcune modalità di costruzione divenute forse scontate. Certo, l’involuzione si toccava con mano.

Ora i tifosi sono entusiasti: la piazza è in fermento per l’inatteso rilancio, che dice di una società ambiziosa, che ha programmi di crescita in una congiuntura calcistica tempestosa.
Conoscendo i laziali, la fiducia in bianco durerà poco, ma il quinquennio di Inzaghi, con tanto bel gioco e alcuni preziosi trofei conquistati, sta a dimostrare che la piazza biancoceleste è una delle migliori possibili per un allenatore che punta sulla costruzione di un collettivo in grado di esaltare le qualità dei singoli.
La Lazio di singoli di alta qualità ne ha già tanti.

Sarà una piccola-grande rivoluzione tattica. Vedremo se i giocatori in rosa saranno di suo gradimento e quali saranno le scelte di mercato della società. Di certo chi poteva essere attratto da sirene interiste ha, oggi, un motivo in più per rimanere e voltare pagina. A Formello si lavora per vincere: Sarri, tra Napoli, Juventus e Chelsea, è stato sempre nei primi tre in classifica e ha centrato uno scudetto e un trofeo europeo.

E poi ci sono tutti gli accostamenti che sembrano segno buono: Sarri è nato il 10 gennaio, in piena ricorrenza laziale, e gli ultimi due allenatori toscani sono stati Fascetti (Viareggio) e Maestrelli (Pisa). Amatissimi. Non si contano i tifosi laziali che hanno chiamato un figlio Tommaso. Persino Inzaghi…

 

Una stagione in chiaroscuro

Una stagione finita male, com’era cominciata. Dall’1-4 interno con l’Atalanta della prima giornata allo 0-2 in casa del Sassuolo c’è stato un cammino altalenante, con qualche impresa, alcuni scivoloni inspiegabili e un’involuzione generale, rispetto alla grande annata 2019/2020, che nel finale post-lockdown aveva già anticipato temi venuti fuori nel campionato appena concluso.

Problemi di panchina corta e di usura di qualche titolare, che non sono stati risolti in campagna acquisti. I nuovi arrivi non hanno convinto: l’unico dal rendimento sufficiente è stato Reina, che ha però tolto il posto a Strakosha, ottimo protagonista delle stagioni passate. L’acquisto che doveva coprire il vuoto lasciato da Lulic, alle prese con un infortunio che ne ha messo a rischio la carriera, è stato il più deludente.

Fares non si è inserito, ha alternato periodi di stop per problemi fisici, e Inzaghi ha dovuto inventarsi soluzioni alternative. Per fortuna la duttilità di Marusic si è rivelata preziosa, altrimenti la mancanza di un esterno valido, col modulo utilizzato dal tecnico, avrebbe prodotto guasti anche peggiori. Il vuoto, alla fine, è stato colmato col rientro di Lulic, che pian piano ha recuperato una forma appena accettabile.

L’altro disastro di mercato è stato l’acquisto più costoso: Muriqi non ha reso secondo le aspettative, pur impegnandosi allo spasimo, e non è riuscito a sfruttare le occasioni che ha avuto, non molte, per la verità, tranne che nelle ultimissime giornate. Limiti tecnici che  sembrano difficili da superare, per un giocatore che poteva rappresentare una valida alternativa per l’attacco.

Non ha lasciato il segno Pereira, arrivato in extremis per mitigare la delusione per il mancato arrivo di David Silva, sogno accarezzato in estate, e nemmeno il ritorno di Hoedt ha fatto dimenticare la delusione per l’acquisto di Kumbulla, sfumato a vantaggio dei rivali cittadini, che a loro volta hanno preso una discreta fregatura, visto il prezzo che si sono impegnati a pagare per un giocatore che si è rivelato mediocre. Di contorno l’operazione che ha portato Akpa Akpro da Salerno e l’arrivo di Musacchio a gennaio per sostituire l’infortunato Luiz Felipe, e appena sufficiente l’apporto di Escalante, vice Leiva di appena discrete qualità.

Con un mercato così (senno di poi) la qualificazione agli ottavi di Champions League è stata un mezzo miracolo, anche perché è maturata con la squadra falcidiata dal Covid.
Alcuni giocatori hanno accusato ricorrenti problemi fisici che ne hanno limitato il rendimento. Luiz Felipe è stato fuori a lungo e non ha ripetuto la grande stagione passata, Caicedo e Correa hanno accusato continue difficoltà fisiche, alternando prestazioni importanti a eclissi improvvise. Lucas Leiva è apparso logoro, soprattutto nei momenti in cui ci sono stati impegni ravvicinati.

I pezzi più pregiati hanno lottato, ma anche per loro è stata una stagione in calando: Immobile, eccellente solo nella prima parte, Luis Alberto, brillante in fase realizzativa ma meno efficace come suggeritore, Acerbi, più portato del solito a prendersi libertà tattiche che hanno un poco penalizzato la difesa. Grande stagione invece per Milinkovic-Savic e Marusic, due che hanno sempre dato il massimo e offerto un rendimento importante in campo.

Solido anche l’apporto di Radu, sempre valido e approdato al record di presenze in biancoceleste. Detto di Lulic, non si può non dire di Parolo, anche lui costretto a recitare più ruoli in commedia. Tutti e due sono arrivati ai saluti e sarà difficile trovare qualcuno che li sostituisca degnamente. Cataldi non ha brillato, Patric ha offerto il solito contributo d’entusiasmo e confusione.

Simone Inzaghi ha gestito la truppa, con tutti i problemi che abbiamo evidenziato e con l’incertezza sul rinnovo del contratto. Ha fatto un discreto lavoro, con qualche errore e la necessità di rimontare un gruppo di avversarie molto forti dopo aver perso punti nella parte iniziale di stagione. Non ce l’ha fatta, ma è rimasto in corsa fino a 5 gare dal termine, cadendo a Firenze quando sembrava possibile un filotto di vittorie per una qualificazione in CL che avrebbe coronato gli sforzi di tutti. Il filotto c’è stato, ma di sconfitte, e ha guastato l’umore generale.

Infine, il giallo: resta o va via? Tra qualche ora si saprà.

La valutazione sulla stagione è sufficiente, con un finale che ha rovinato tutto. Speriamo rimediabilmente. Il voto alla squadra non può essere alto, anche se va diviso chi ha fatto bene da chi ha deluso. Il voto alla società non può essere migliore: la squadra andava rinforzata, lo sforzo economico c’è stato, le scelte sono state un disastro. La palma del peggiore, stavolta, tocca a Igli Tare.

 

Caccia al Mister

La stagione si concluderà con l’inutile ultima gara in casa del Sassuolo. La caccia al Mister, intanto, è cominciata, visto che la firma di Inzaghi sul rinnovo del contratto ancora non arriva. In questi mesi c’è stato un rimpallo continuo tra tecnico e società, ciascuno sempre pronto a minimizzare la questione del rinnovo. Che intanto è arrivata al capolinea: o si firma, o si cambia.

Ogni volta che Inzaghi è finito davanti a un microfono, recentemente, ha ricevuto la domanda delle cento pistole: resti o te ne vai? Lui ha sempre glissato, rimandato, posticipato. Anche quando era gratis e in qualche modo rassicurante per tutti, anche per far cessare il fuoco delle domande, fare un’apertura e dire: ma sì che resto.

Non gli è scappato manco un lapsus, bocca cucita, sempre tutto bello, ci vogliamo bene e ce ne vorremo, siamo cresciuti insieme eccetera. Dal che discende che, probabilmente, le strade di Inzaghi e della Lazio stanno per separarsi, o perché la società preferisce cambiare, o perché il tecnico ha altre proposte, oppure perché i rispettivi programmi per il futuro segnano una divergenza di vedute.

Da tempo serpeggia e si tocca con mano, tra social e media, una certa insofferenza. Cinque anni con un allenatore sono tanti, in Italia non si arriva quasi mai a un rapporto così lungo, e quando le cose cominciano a non andare benissimo si tende a dimenticare quanto di buono è stato fatto.

Inzaghi con la Lazio ha vinto, mostrato un gioco anche entusiasmante, per lunghi tratti, ha valorizzato giocatori facendone elementi di livello internazionale, ovviamente lavorando su una materia prima di qualità. Spesso è riuscito a farlo nel perenne navigare controvento della società, un vento particolarmente fastidioso soprattutto nell’ultimo anno, tra polemiche sul campionato sospeso per il covid, querelle per il valzer dei tamponi, campagne denigratorie con finalità politiche eccetera.

Se Simone se ne andrà chi arriverà? Il nome più gettonato è quello di Gattuso, che non si è impegnato con la Fiorentina, dopo settimane in cui, soprattutto da Firenze, arrivavano spifferi su una fase avanzatissima di trattativa. Anche a Firenze, figuriamoci a Roma, Ringhio veniva salutato senza particolari entusiasmi. strano, visto il curriculum da giocatore e da tecnico, in una realtà depressa come quella Fiorentina.

Meno strano se si parla della Lazio, ma  comunque singolare: Gattuso sta conducendo il Napoli alla qualificazione in Champions, e sappiamo bene quanto fosse difficile raggiungerla quest’anno. Lo fa da separato in casa, avendo da tempo rotto i rapporti col suo presidente. Lo fa avendo vinto la Coppa Italia, l’anno scorso, e perso la Supercoppa per un rigore sbagliato da Insigne. Il suo Milan ha sfiorato la Champions pur avendo una situazione di caos societario che si è risolta, almeno in parte, solo quest’anno.

Non pare, insomma, una scelta di ripiego. Forse è conservativa, nel senso che, come avvenuto in altri momenti, il cambio della guida tecnica giustificherà una campagna acquisti non troppo rivoluzionaria, anche e soprattutto per via della difficile contingenza economica.

Gattuso, insomma, non sarebbe accolto dalla banda e dalle majorette, ma il suo modo di porsi schietto e leale supererebbe facilmente certe resistenze, soprattutto se la squadra dovesse trovare un buon rendimento sul campo. Le alternative, suggestive, riguardano qualche grande ex: Mihajlovic, che sembra orientato a rimanere a Bologna, la cui carriera per ora si sta srotolando in tranquille piazze di non grandissime pretese. Sarebbe una scelta del cuore, ma Sinisa al momento non pare l’opzione migliore.

Più intrigante sarebbe l’ipotesi Conceiçao. Il secondo ritorno del popolare Meo Amigo, dopo l’incolore passaggio di fine carriera,  potrebbe rappresentare una risposta alla scelta di Mourinho operata dai dirimpettai, per giunta nel bell’idioma portoghese. Sergio si è distinto nel Porto, eliminando la Juventus nell’ultima Champions, e sarebbe un bel rilancio, per un’avventura tutta da vivere. Nei prossimi giorni sapremo.

Finisce in farsa

Il paradosso del finale di stagione laziale: se un tifoso avesse potuto scegliere quale gara vincere, tra il derby e quella col Torino, non avrebbe avuto dubbi. La campagna di stampa contro Lotito, la Lazio e Immobile ha avvelenato tutto l’inverno e c’era il desiderio di vedere lavate sul campo le offese roventi ricevute dal presidente del Torino e dai suoi scherani a mezzo stampa.

Per questo motivo e per rispondere positivamente agli stimoli di Inzaghi, desideroso di aiutare il fratello nella corsa alla salvezza, la squadra ha raschiato il barile, quasi vuoto, delle risorse psicofisiche, lanciandosi all’attacco. Disordinatamente, ma con forza.
Ne è uscito un match col Torino asserragliato in difesa del fortino, soprattutto nel secondo tempo, e la Lazio frenata da un arbitraggio ostile: due rigori negati, un gol annullato per un contatto venialissimo, squilibrio totale nella distribuzione dei cartellini, 4-0 per la Lazio, che allunga il suo primato di squadra più ammonita dell’universo.

Così Ciro spreca sul palo l’occasione del rigore concesso e si vede annullato il bel gol segnato, Muriqi si danna l’anima senza fortuna, Luis Alberto litiga per tutta la gara con il minaccioso Rincon e il palo di Lazzari allo scadere rappresenta bene la partita. Sarebbe stato annullato l’eventuale gol, visto che si è ripartiti dal solito fallo fischiato agli attaccanti.

La coda scandalosa di uno sguaiato Cairo, che insulta Lotito in tribuna e Immobile negli spogliatoi, aumenta se possibile la rabbia dei tifosi, che si riversa sui social. Una rivalità tra società che avrebbero più di un’affinità, voluta da un dirigente che spesso si è distinto per comportamenti discutibili. Appuntamento al prossimo anno.

Nell’occasione si ferma anche la lunga serie di vittorie interne della Lazio (primo pareggio del 2021 in casa) e la lunghissima serie di partite interne con almeno un gol segnato. Resta l’impegno finale col Sassuolo, a questo punto ininfluente, prima di passare a progettare la prossima stagione, archiviando questa, conclusa nel peggiore dei modi.

Lotito, per esempio

Giorni di festa per Claudio Lotito: doppia promozione nel giro di poche ore, con la Lazio Women e con la Salernitana. Una soddisfazione che mitiga l’ansia per l’esito finale della lotta per i piazzamenti in Champions League, che difficilmente vedrà la Lazio confermare la bella partecipazione dell’anno scorso.

Si proverà a vincere le quattro gare restanti, sperando che basti, ma la mancata qualificazione, al massimo, obbligherà la Lazio a una correzione di rotta. La gestione oculatissima delle finanze societarie avrà consentito al Presidente della Lazio di congegnare una strategia di ripiego in grado di contenere il danno portato dal precipizio scavato dalla pandemia.

Il grido di dolore del mondo del calcio, strangolato da debiti contratti per vivere al di sopra delle proprie possibilità, non riguarda la Lazio, se non di striscio. I biancocelesti sono inseriti nel sistema e dovranno rivedere al ribasso le stime dei ricavi e l’ipotetica valutazione dei gioielli Milinkovic-Savic, Correa, Luis Alberto in prospettiva mercato.

Problema secondario, però, visto che la Lazio, in genere, cede solo chi non desidera restare a Formello. La società assorbirà con gli introiti della Champions League 2020/2021 i mancati incassi al botteghino imposti dalla chiusura degli stadi e tenterà di tamponare la contrazione degli introiti da diritti tv, maturata in uno scenario di guerra senza quartiere interna alla Lega, di cui sono arrivati echi e schizzi di sangue (e non solo) sulle pagine dei giornali, sui social e sui media in generale.

Il punto è sempre il solito: Lotito attira su di sé critiche, strali, antipatie, invidie,  sfottimenti e contumelie. Saccente, intrigante, moralista, maleducato, ridondante, tronfio, antipatico, tirchio, parvenu. Ma i risultati stanno lì, in bella mostra, a dire che il suo modello di gestione è virtuoso e attraverso l’equilibrio raggiunge risultati tecnici importanti.

Partendo da un presupposto: una società di calcio può contare su entrate che in gran parte possono essere influenzate da elementi aleatori. Tipicamente, le scelte di mercato, gli esiti del campo, spesso legati a fattori imponderabili, l’influenza degli arbitri e degli infortuni.
Da questi presupposti deriva la sua morigeratezza nel contrarre debiti, che nel calcio spesso vanno a finanziare campagne acquisti e ingaggi faraonici che hanno un’influenza nefasta sul conto economico delle società. Durante la sua gestione non ha mai dovuto ricorrere ad aumenti di capitale per ripianare perdite rovinose, evento che nel calcio rappresenta la normalità.

Questo atteggiamento prudente, unito allo slancio moralistico/moralizzatore dei primi tempi, lo ha esposto ai lazzi e ai pernacchi di un mondo del calcio che da sempre vive di spese pazze. In realtà Lotito, dopo aver risanato la Lazio, e avendo ottenuto i primi riscontri positivi sul campo, ha gradualmente alzato il livello delle spese, pur badando sempre all’equilibrio.

Così in biancoceleste sono arrivati i campioni, e ci si è sottratti al balletto delle plusvalenze di comodo che abbelliscono i bilanci senza apportare liquidità. Poche cessioni, tutte a caro prezzo, qualche inciampo, tipo le fughe dei Pandev e dei De Vrij, alcune cantonate di mercato, dai Makinwa ai Muriqi. Un percorso di miglioramento di fondo, graduale e costante.

Le guerre di potere interne al calcio lo hanno esposto al tiro incrociato di rivali e media. Lotito ha avuto un impatto importante nella Lega di Serie A, conducendo le sue battaglie anche arrivando ad aprire strade nuove e sostenendo e provocando cambiamenti profondi nelle strategie delle società di serie A. Un esempio: la rateizzazione del debito verso l’Erario che ha consentito alla Lazio di non fallire e allo Stato di recuperare cifre importanti che altrimenti sarebbero andate perdute per la collettività.

Un accordo apparentemente irraggiungibile, se si pensa che riservarlo a tutte le società operanti in qualunque settore dell’economia provocherebbe sconquassi: nessuno pagherebbe più le tasse, confidando in una transazione a babbo morto. Lotito ottenne in punta di diritto l’agevolazione, che subito dopo venne, di fatto, abolita. Un esempio della sua visione e della capacità di raggiungere un obiettivo anche percorrendo strade nuove, mai frequentate da altri.

Il suo difetto? Se ne vanta. Ostenta le lauree. Non si preoccupa delle buone maniere. Ma ha delle virtù che andrebbero considerate di più. Per esempio, il coraggio. La determinazione con cui ha resistito a una contestazione dell’ambiente selvaggia, minacciosa, senza quartiere, sostenuta  e sospinta anche dalla stampa locale, che ha spaccato una tifoseria storicamente attaccatissima al club, fatta di numeri non elevatissimi ma costanti e fedeli.

Una resistenza che risalta, se messa a confronto con le vicende torbide che hanno visto negli anni molte grandi società dover rispondere di imbarazzanti connivenze con ambienti della tifoseria non proprio presentabili.

Insomma, il modello Lotito è: col bilancio sano e una gestione oculata si vince.
Lasciando che i tecnici lavorino (in 17 anni appena 4 esoneri, 8 allenatori in tutto, tre direttori sportivi, 4 con lui) e che i calciatori crescano nella continuità.
Radu, Lulic, Parolo, Luis Alberto, Milinkovic-Savic, Immobile, e prima ancora altri come Biava, Mauri, Rocchi, Klose, Ledesma, Candreva.
Storie non da prima pagina, forse.
Ma che hanno portato in bacheca 6 trofei.
E una situazione societaria a oggi esemplare.

Un esempio da seguire, insomma.
Ma chissà perché nessuno consiglia un modello Lazio come soluzione dei problemi del calcio. Altro che SuperLega…

 

L’ipocrisia dei media e la nuova Coppa Italia

La Lega ha deciso: la Coppa Italia cambia formula e sarà riservata ai club di Serie A e Serie B. Se ne accorcia la durata e si punta a razionalizzare il calendario, che è inzeppato di eventi e subirà ulteriori compressioni con le nuove formule previste per le Coppe Internazionali. Si parla anche (finalmente) di una serie A a 18 squadre, che renderebbe il campionato più competitivo.

Curiosa la reazione/levata di scudi di media e social, che hanno rinfacciato la decisione a chi ha avversato, Ceferin in testa, il progetto della SuperLega, che voleva soppiantare la Champions League. Non se ne comprende il motivo, visto che la decisione è stata presa da un’assemblea di Lega che include i tre club dissidenti, quindi se ne rinfaccia il contenuto anche a chi non era certo contrario al progetto. In più, se ne evidenzia la chiusura al calcio minore, tacendo che un Coppa a inviti di sicuro premia meno il merito rispetto a un torneo riservato alle partecipanti a tornei che prevedono la possibilità di retrocedere, salire di grado, fallire, eccetera.

La SuperLega era (è) un progetto dove il più potente comanda, e configura un circolo ristretto di superclub basato su parametri che hanno a che fare principalmente col potere e la ricchezza. Forse per questo piace a tifosi e media italiani, sempre ossequienti e pronti a correre in soccorso del potente di turno.

I sondaggi usciti giorni fa sui giornali parlavano chiaro: i tifosi più favorevoli al megaevento erano quelli di Milan, Juventus e Inter. Cioè i tre club che già in Italia godono di una copertura mediatica che prescinde dai risultati sul campo, una narrazione fatta a misura di cliente che non considera il valore in campo ma solo il potenziale ritorno di pubblico. Un’Atalanta (una Lazio), insomma, non saranno mai messe davanti a uno dei tre superclub nazionali in una gerarchia delle notizie, salvo nell’eccezionale caso contingente di una vittoria eclatante. Discorso a parte merita, poi, la bolla mediatica giallorossa, che colloca la Roma in una posizione intermedia tra le tre grandi e le altre.

Il calcio italiano, insomma, va avanti col suo solito solipsismo: se il campo nega, eretico, la gerarchia predefinita, lo fa per caso, e non è necessario preoccuparsene oltremisura, perché la realtà turbata dai fatti tornerà, in assenza di altri fatti, allo status quo predefinito a tavolino.

Il che è la perfetta sintesi dello spirito del circolo di 15 eletti che ne invitano altri 5, una volta l’anno, a fare da comparse per un evento milionario. A proposito: il ritorno economico della Coppa Italia è l’uno per mille di quello della SuperLega…

Resta il lustro dato dalla vittoria nella competizione della Coppa Italia, che oggi pare diventato secondario rispetto a un piazzamento che consente di portare a casa soldi per alimentare il business. Quei soldi che il circolo dei ricchi vorrebbe gestire senza intermediari.

Il calcio è la metafora della vita, dice sempre qualcuno: l’assenza di mobilità sociale, il solco che divide ricchi che fanno follie da (pseudo)poveri che non riescono più a mandare in campo l’oggetto della passione dei tifosi, che si allarga sempre di più, sembra proprio, a guardar bene, la rappresentazione dello squilibrio globale.

 

Il ritorno di Senad

Quando esordì molti laziali dubitarono di lui. Niente di strano, siamo abituati così, diremmo sipperò pure a Leo Messi. In quella partita, a Milano, contro il Milan, pareggiammo 2-2, evento raro a San Siro, dove di norma si perdeva. L’attrazione era Cissé, mattatore della gara, in coppia con Klose. La Lazio di Reja, in doppio vantaggio, si fece raggiungere e sprecò una grande occasione. Senad entrò negli ultimi dieci minuti e combinò qualche pasticcio, mostrando però chiare doti da cursore.

Dieci anni dopo ci siamo resi conto di quanto Senad ci abbia dato quando s’è fermato, per un brutto infortunio, e sembrava non poter più rientrare. La sua assenza è stata una delle principali ragioni dell’incubo post-lockdown. Non tanto e non solo per l’apporto in campo, quanto per la sua presenza, in campo e nello spogliatoio, che è uno dei segreti della Lazio.

Lulic, con Radu e Parolo, è il custode antico della Lazio di Simone Inzaghi. Lo si è rivisto al meglio nello scorcio iniziale della serata trionfale col Milan. Una fiammata durata poco, che ci ha detto, però, che il vecchio leone può ancora ruggire, accompagnando la squadra a tentare una nuova impresa. La conquista di un posto in Champions League, al termine di una stagione massacrante e piena di contrarietà. Sarebbe un risultato eccezionale.

Il bosniaco, protagonista di tutti i successi biancocelesti degli ultimi anni, sembra dare garanzie maggiori rispetto all’incerto Fares, che non si è ancora espresso secondo le sue possibilità. L’esperienza e la serenità di Lulic, oltre alle sue qualità di giocatore, potrebbero essere un’arma in più. Soprattutto nel derby, dove il 71′ agita ancora il sonno dei giallorossi.

A fine stagione si deciderà. Lulic non vuole smettere, ora che ha ritrovato la via del prato verde. La Lazio potrebbe avere ancora bisogno di lui, 35 anni compiuti a gennaio, 366 maglie biancocelesti alle spalle, con 33 gol più uno.

Quello che lo rende indissolubilmente legato ai nostri colori.
Al settantunesimo, la maglia numero diciannove.
Da Mostar, cresciuto con la guerra in casa.
Arrivato per imparare, diventato un simbolo.

 

Champions sfumata? Forse, ma non è ancora finita

Non si placano le polemiche all’indomani della brutta sconfitta napoletana. Le decisioni di Di Bello hanno creato uno scenario che si è rivelato ideale per esaltare le qualità dei partenopei e i biancocelesti si sono dovuti inchinare a una superiorità  tecnica apparsa chiara, nella circostanza, anche se a tratti la Lazio ha girato a pieno regime. E in quei momenti si è visto che la squadra può competere, se al massimo, con il Napoli e con chiunque.

La decisione dell’arbitro pesa, ma non è un alibi sostenibile oltre il lecito. Resta il fatto che Di Bello non è intervenuto né sul rinvio di Milinkovic-Savic né sulla trattenuta di Hysay su Lazzari (vedi foto), che avrebbe richiesto la massima punizione e il cartellino rosso. Anche un intervento del Var a invalidare la decisione, perché l’azione è susseguente al presunto rigore su Manolas, sarebbe arrivato a decisione presa.

Così viene da pensare che senza Var la gara sarebbe passata oltre senza interventi arbitrali. E, se questo poteva essere il male minore per la Lazio, è comunque la prova ulteriore della serata negativa dell’arbitro, oltre che delle scelte di chi stava al Var, che hanno finito per orientare la gara verso Napoli. Com’è successo anche a proposito del fallo di mano commesso da Mertens in occasione del raddoppio tagliagambe dei partenopei.

Scelte legittime, anche se (molto) opinabili. Propendere per una decisione diversa avrebbe spinto la gara su territori alternativi, mantenendo lo status quo o lanciando in orbita la Lazio, con un uomo in più e un rigore da trasformare. Non è successo. Cose che capitano. Raramente ma capitano.

Seccante, semmai, il giudizio un poco a senso unico dei commentatori, solerti nel prendere le parti del Napoli come nel prendere quelle dell’Atalanta in occasione del discusso mani di Bastos nella finale di Coppa Italia vinta con pieno merito dalla Lazio.

Situazioni che sul campo accadono, curioso che nell’impossibilità di dirimere l’incertezza si prenda sempre posizione in senso contrario alla Lazio. Ma sarà, ovviamente, che guardiamo le cose con occhiali biancocelesti, oppure che per accorgersi di cose così  occorre, appunto, mettersi nei panni di chi sostiene le proprie ragioni. Che non sono poche, anche se fossero in minoranza, e non è detto.

Resta il risultato e il modo con cui è maturato, dopo lo show arbitrale. Che anticipa un verdetto che si può ancora riscrivere: Lazio fuori dalla CL, che soccombe a un lotto di avversari formidabili. Vero, ma il triplice fischio non è ancora arrivato, e una partita non dice tutta la differenza tra due squadre. Se ricordiamo il match d’andata la differenza, abissale, fu a favore della Lazio. Quindi, come sempre, bisogna guardare alla prossima partita, cercando di vincerla. Perché c’è sempre un’altra partita.