Caro Hysaj, la Lazio non è fascista

Uno non fa in tempo a entusiasmarsi per la sarreide, il ritorno di Felipe Anderson e le magnifiche sorti e progressive della squadra che sta nascendo, che torna il grugnito dei fascisti che infestano la curva della Lazio.

I fatti si conoscono: Hysaj ha cantato Bella ciao nel ritualino social dei giocatori della Lazio. Ciascuno canta una canzone. Lui quella. Che l’abbia cantata perché gli piace, per far riferimento a una serie tv o a un contenuto storico/politico, fatti suoi. Si tratta di una canzone popolare conosciuta in tutto il mondo, non si vede quale sia il problema.

Insorge, però, le vene del collo gonfie, il fascistone curvarolo: questa canzone non s’ha da cantare. E tanti a porsi la questione dell’opportunità: ma nun potevi cantanne n’antra? No.
L’aggressione subita e la discussione seguita dimostrano ancora una volta un punto di vista: di certi comportamenti sembra ci si debba giustificare.

Altri, invece, viaggiano tranquilli e arrivano a destinazione senza che si sollevi un ma. Così diventa lecito mettere sotto accusa (e intimidire, insultare, minacciare) un ragazzo solo perché ha cantato una canzone cara ai partigiani. Un inno di libertà cantato da quelli che hanno lottato contro il fascismo: c’erano tutti, comunisti, socialisti, cattolici, azionisti, monarchici eccetera.

La società costretta a fare due comunicati, uno soft prima dello striscione minaccioso degli ultras, uno più duro dopo, sempre arrovellato di arzigogoli che decorano un concetto che si potrebbe rendere con una mezza riga scarna e definitiva: la Lazio non è fascista.
Ma viva la Lazio, e grazie per lo sforzo fatto.

La reazione veemente e generale dei tifosi di buona volontà, di sinistra, di centro e di destra, segna un piccolo cambiamento che arriva anche sulla maggior parte dei media: si fanno i distinguo, si parla di frange estremiste e oltranziste (basterebbe parlare di frange fasciste), si capisce, finalmente, che la Lazio di queste manifestazioni odiose è ostaggio, che le subisce e ne paga i danni. Un concetto che gridiamo in tanti da più di un quarto di secolo, senza mai stancarci, e che dai e dai forse comincia a passare.

I tifosi della Lazio sono centinaia di migliaia, gli ultras nazifascisti qualche decina.
In cerca di una visibilità che manca, per tutte le frange ultras interessate, da quasi un anno e mezzo. Questa storia gli ha restituito le pagine dei giornali, ma anche, per quello che vale, la rabbia e la disapprovazione della stragrande maggioranza dei tifosi.
Quelli tenuti in ostaggio, la domenica, allo stadio, dal solito gruppo violento e prevaricatore.

Una storia semplice da raccontare, anche se le troppe socialscimmie attive su questi temi si riempiono la bocca di stupide battute tifose. Chiunque segua le vicende del calcio conosce le dinamiche che hanno portato alla colonizzazione delle curve da parte di gruppi spesso legati all’estrema destra, che sovente trovano spazio sui media per fatti  di cronaca che con lo sport non hanno niente a che spartire.

Che tifare per una squadra non c’entri niente con la politica è pacifico.
Che un tifoso si debba sentire in obbligo di dissociarsi da comportamenti da codice penale di qualche esaltato è una ridicolaggine tutta nostra.

Possono mai porsi una questione del genere un Alessandro Portelli, un Edoardo Albinati, un Riccardo Cucchi? No. E perché dovrebbe sentirsi in obbligo di farlo uno qualunque dei tantissimi laziali antifascisti?

Salutiamo, perciò, la ritrovata sensibilità dei media, auspicando che la Società faccia l’ultimo sforzo per comprendere che c’è differenza tra lo stigmatizzare genericamente certi atti e condannarne esplicitamente la matrice politica fascista.

Una condanna implicita non equivale a un grido, forte e chiaro, che dica che la Lazio rifiuta ogni accostamento al fascismo. Per Maestrelli partigiano, per Bitetti che il Duce lo consegnò ai partigiani, e per tutti i laziali che si riconoscono nella Costituzione.

 

 

 

L’importanza di essere Immobile – Lezione di calcio per principianti e analfabeti funzionali

di Giacomo Tortorici
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Subito dopo l’impeccabile vittoria degli Azzurri col Belgio, mi è toccato ascoltare e leggere le immancabili critiche a Immobile, critiche spiegabili esclusivamente con una scarsa conoscenza del gioco del pallone o con la malafede.
Simili cose in Italia soprattutto le abbiamo dovute leggere anche nei confronti di Cristiano Ronaldo (uscito col suo Portogallo) e che è attualmente il capocannoniere della manifestazione, dello stesso Lukaku che, seppur limitato al massimo dai superbi Bonucci e Chiellini, è stato comunque pericoloso e ha segnato su rigore. E, se ancora si pensa che in queste grandi manifestazioni, il centravanti forte è quello che segna più goal, è evidente che siamo rimasti al meraviglioso 1982. Dobbiamo però prendere atto che il calcio è cambiato, che i grandi numeri i centravanti li fanno soprattutto nelle squadre di club dove c’è un gioco atto ad esaltare le loro caratteristiche, piuttosto che nelle Nazionali dove si deve fare di necessità virtù. Che poi è esattamente quello che fa Immobile in Azzurro.
Certo la partita con il Belgio non è stata la sua migliore, ma la sufficienza, a differenza di quello che s’è letto e sentito, se l’è ampiamente meritata, almeno a parere mio e di Roberto Mancini. E ora vi spiego perché, anche grazie ad un servizio di Sky nel quale hanno fatto sentire le parole che il Mister diceva al centravanti della Nazionale: “Non preoccuparti Ciro, stai lì, stai lì!”. Il Belgio giocava infatti con tre difensori centrali e due ali a tutto campo, contro i tre attaccanti italiani: difensivamente situazione ideale, in teoria. Nella pratica, siccome Immobile, a differenza di quanto scrivono i nostri Mister da social e giornalisti, è forte forte, su di lui dovevano essercene sempre almeno due, per questo il Mister non voleva che facesse il suo generoso lavoro di ripiegamento difensivo, ma doveva essere lì, in modo da tenerne bloccati due e mettere in superiorità numerica Chiesa e soprattutto Insigne e i centrocampisti quando avanzavano in mezzo al campo. Esattamente lo svolgimento dell’azione dei due goal. Sul primo tra l’altro Immobile si era guadagnato il rigore, per questo è rimasto a terra per poi risorgere come Lazzaro, al goal di Barella, per indirizzare anche un po’ il lavoro del Var. Insomma in una delle sue peggiori partite in Nazionale dove vanta uno score di 15 goal in 50 partite (pochissime giocate per intero), Immobile ha partecipato all’azione di entrambi i goal, portandosi via i difensori, aveva rimediato un rigore e aveva rubato il pallone a Courtois, in una maniera che solo un arbitraggio molto rigido ha potuto considerare irregolare. Questo vede chi conosce il calcio.
Gli altri probabilmente avranno scritto che l’Italia del 2006 ha vinto i mondiali senza centravanti, perché Luca Toni ha segnato solo in un partita (doppietta contro l’Ucraina) o Pippo Inzaghi solo un goal, o forse non l’avranno scritto, perché non hanno lo stigma di Immobile: quello di essere il centravanti di un club che è dal 1927 che non si adegua (letteralmente) al Regime, anche comunicativo.
Eppure basterebbe poco: un po’ di deontologia da parte della stampa e da parte di tutti un friccichetto di dignità. Ma lo so: #magnotranquillo

Dissertazioni pallonare ( per chi non ama il calcio)

di Giacomo Tortorici
https://www.facebook.com/tortorix

Dicono che sia lo sport più amato al mondo perché è una metafora della vita, non lo so. Forse è proprio la vita a svolgersi su quel rettangolo verde e tutto quello che ci sta intorno.
E oggi Italia – Svizzera ci dà modo di ragionare sulla gestione del gruppo e dell’individuo nel gruppo stesso, argomento affascinante sia per chi, come il sottoscritto, si trova a dirigere un po’ di persone, che per chi si trova invece a far parte di team di lavoro, magari con una personalità spiccata.
L’attuale allenatore dell’Italia, Roberto Mancini, da giocatore era proprio così: calciatore fantastico dalla personalità spiccata che però in Nazionale non ha mai reso secondo le aspettative.
Agli Europei dell’88 partì titolare in una Nazionale simpatia, molto simile nella freschezza a questa, segnò anche nella prima partita, ma poi gli fu preferito l’esperto Altobelli. A Italia ’90 non giocò nemmeno un minuto.
Oggi aveva l’opportunità di sostituire sul 2-0 un Ciro Immobile stanco dopo una partita generosa, ma priva di goal, eppure ha preferito tenerlo in campo. Poteva mettere Belotti, grande e grosso, abile a tenere palla, far esordire Giacomo Raspadori pronto a esplodere la sua gioventù e invece ha tenuto in campo il bomber di Torre Annunziata. Che l’ha ripagato, timbrando all’ottantanovesimo il goal che ha sprangato la partita.
L’ha fatto perché nella gestione del gruppo, saper coccolare, senza viziarlo ovviamente, il bomber è fondamentale, perché con questa squadra l’Europeo puoi vincerlo solo con i suoi goal e tu sai che più segna, più prende fiducia, più può risegnare nelle partite che contano.
Fiducia, continuità, ma anche la capacità di tenere tutti gli altri attaccanti pronti a sostituirlo: dura la vita dell’allenatore, ma anche del Direttore in fondo. E facilissimo sbagliare.
Ma oggi è stato fondamentale, a mio parere, anche la coscienza della propria storia, veramente magistra vitae (ludique aggiungerei con un orrido latinorum), cercando di offrire a Immobile quelle opportunità che Mancini non ha avuto o forse non ha saputo sfruttare.
C’è sempre insomma da imparare e da insegnare. Ma certo lo so: #magnotranquillo

Il saluto di Simone

La lettera di Simone Inzaghi ai tifosi laziali, pubblicata dal Corriere dello Sport.

«Carissimi tifosi laziali, avevo 23 anni quando sono arrivato a Roma. Ero un ragazzino pieno di sogni e ambizioni che pensava solo a diventare un calciatore affermato. La Lazio in quel momento rappresentava per me una splendida opportunità, una possibilità per raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissato. Mai mi sarei immaginato che sarebbe diventata la mia nuova casa. Giorno dopo giorno, quell’esperienza professionale è diventata molto di più. Ho scoperto una nuova famiglia. Non è semplice retorica, è la realtà. Sono trascorsi altri 22 anni da quel momento, metà della mia vita. Sono cresciuto e diventato uomo insieme a tutti voi, trascorrendo anni meravigliosi. Non dimentico né le gioie né le lacrime. Non dimentico le vittorie, né tantomeno le sconfitte, che non mi hanno mai fatto dormire la notte. Tutto questo da parte della mia vita e lo porterò per sempre con me. Ecco perché non è stato facile e non lo è tuttora voltare pagina. Non è una cosa che si può fare in un minuto, una settimana. Ci vorrò tempo per elaborare le emozioni e un cambiamento così radicale, dove le emozioni si scontrano una con l’altra. Non ho problemi ad ammettere che lasciare la Lazio sia stata una delle scelte più complicate della mia vita, non ho avuto ancora nemmeno la forza di andare a svuotare l’armadietto a Formello. I motivi che mi hanno portato a fare questa scelta non voglio affrontarmi ma è probabile che tutti avremmo potuto fare meglio. Nessuna polemica s’intende. Non le ho mai fatte. Il biancoceleste per me resterà solo amore. Senza il presidente Lotito e il ds Tare non avrei mai potuto realizzare il mio sogno di allenare la mia squadra del cuore. Allo stesso tempo però sono anche un professionista che ama il suo lavoro: per questo la mia determinazione e la voglia di mettermi in gioco mi portano lontano da Roma e non nego di essere completamente concentrato su questa nuova avventura con l’Inter. Ma voi, tifosi e amici e compagni, mi mancate e mi mancherete e volevo farvelo sapere. Non sono uno di molte parole ma oggi sto facendo un’eccezione proprio per questo, anche perché più passano i giorni e più i miei pensieri escono dal cuore. Si dice che le persone care bisogna lasciare andare e io lo sto facendo, abbracciando simbolicamente ciascuno di voi. Tutto quello che potevo dare l’ho dato, a discapito anche della mia famiglia, della mia salute e delle mie corde vocali. Credetemi, quando uscirò il calendario la prima cosa che farò sarà vedere il giorno in cui tornerà all’Olimpico. E ve lo dico già adesso: verrò sotto la Curva Nord per salutarvi. Non mi interessa se ci saranno fischi o applausi, accetterò qualsiasi cosa. Io ci sarò. Faccio un grosso in bocca al lupo a mister Sarri. Un grandissimo allenatore che farà il bene della Lazio. E che riceverà tanto in cambio perché troverà una tifoseria meravigliosa e un gruppo di ragazzi straordinari. Calciatori e prima ancora uomini fantastici, che non ringrazierò mai abbastanza per avermi dato sempre tutto e anche qualcosa di più. E poi ci sono tante persone dietro le quinte a Formello che in pochi conoscono, ma che sono state fondamentali e preziose per me e per tutti noi. MI hanno accompagnato nel mio cammino. Non dimenticherò mai le loro lacrime: avrete sempre un posto del mio cuore. Sentirò sempre la Lazio come casa mia e io per voi resterò sempre e solo Simone. È stato un privilegio e un grande onore. Abbiamo scritto e raccontato tutti insieme anni che rimarranno nella storia. Vi voglio un mondo di bene. Sarete sempre parte di me».

Il giorno in cui smisi di fumare

di Romolo Giacani

Roma, maggio 2026.
Ti ricordi quando mi dicevano “perché ti sei fissato con questa difesa a 4! Cambia ogni tanto!” Oppure quelli pronti a criticare “perché sostituisci sempre chi è ammonito?” e quegli altri invece che mi rimproveravano qualche acquisto “fai giocare sempre gli stessi, fai qualche cambio ogni tanto”.

Meno male che sono andato dritto per la mia strada. Perché a me non mi basta vincere, a vincere sono buoni tutti. Mi piacciono le iperboli, le idee che viaggiano sulle gambe degli uomini e quando il pallone disegna sul campo quello che hai per la testa, mi sembra di essere dentro una poesia di Bukowsky.

E’ stata dura, ma non mi sono arreso, neanche quando mi rinfacciavano il credo politico. Che poi pure Maestrelli era di sinistra, ma questi son pischelli, magari neanche sanno chi è Maestrelli. Certo forse pure io potevo evitare di andare sotto la curva con il pugno alzato, ma ero troppo felice, avevamo appena vinto il derby.

Contro quell’antipatico di portoghese poi, giusto in tempo prima che lo cacciassero…che gusto! Come questa sigaretta. La devo assaporare per bene, fino al filtro. Quando uno fa una promessa è quella, anche se la fai esclusivamente con te stesso: avevo detto, se vinco lo scudetto qui basta, smetto di fumare.

Che mi diceva la testa! Forse non ci credevo neanche io.
Oppure invece proprio al contrario: ero sicuro! Ed ero anche sicuro che quello sarebbe stato il miglior modo di smettere. D’altra parte i numeri erano dalla nostra parte: 74, 00, 26 succede ogni venticinque anni.
Adesso però è ora.
Ultimi 90 minuti, andiamo a scrivere la storia.

Una sigaretta, la Lazio e il sarrismo

In una città dove per uno che si dichiara Laziale, ce ne sono più di tre che si dichiarano di #inquelli, nonostante poi le presenze allo Stadio e gli abbonamenti alla TV propongano un rapporto di 1 a 1,3, non c’è niente che mi faccia sentire me stesso e divertirmi come essere Laziale, contro la narrazione dominante, contro i media, contro tutto, tutti e Totti (fino a quando c’è stato).

Ogni Laziale è diverso, non ci hanno dato una squadra da tifare. È lei che, a volte imprevedibilmente, ci ha scelto. Una sola cosa accomuna tutti noi: siamo disincantati, ipercritici, soprattutto verso noi stessi. Mentre il motto del tifoso romanista è: “la Roma non si discute, si ama!”, il Laziale acritico non esiste.
Per questo gli ultimi 14 giorni, dall’abbandono di Inzaghi all’odierno ingaggio di Sarri, sono stati un concentrato di lazialità, che si è espressa, non essendoci il campionato, soprattutto sui social. Dopo la dipartita del tecnico spiacentino, abbiamo iniziato a prefigurare l’arrivo di chiunque potessimo già criticare.
Appena ha iniziato a circolare poi il nome di Sarri, uno che oltre a un curriculum di tutto rispetto, è famoso per essere un personaggio fuori le righe e per la bellezza, a volte superflua, del gioco delle sue squadre, è iniziato il delirio social.
Sarri fuma e i tifosi laziali, dai più giovani e scalmanati, ad austeri professori universitari, fino al sottoscritto hanno iniziato a riempire i social di emoticon con la sigaretta. E basta. Niente parole, solo emoticon: bastava che chiunque parlasse di qualcosa che avesse a che fare con la Lazio e una serie di matti metteva le sigarette.
Sembrava impossibile, la trattativa non si sbloccava, il Presidente Lotito non aveva mai puntato su qualcuno di già affermato e noi mettevamo sigarette, divertendoci in ogni caso.
Oggi l’account ufficiale della Lazio, proprio come noi tifosi, fregandosene del politically correct, anteponendo il gusto irresistibile per noi romani dell’ironia, all’ipocrita senso dell’opportunità annuncia l’arrivo di Sarri con un’emoticon: la sigaretta.
E poi a stretto giro, per riaffermare ancora una volta l’inestricabile incrocio di ironia, amore per il bello e per i guai che ci contraddistingue, carica un video su Sarrismo e Lazialità. Un minuto di noi: un quadro impazzito con Gandhi, Martin Luther King, Gascoigne, Paolo Di Canio, la Curva Nord, il tifo, l’arte, la bellezza e infine Sarri.
E probabilmente non vinceremo niente, ma ci saremo stati e comunque ci siamo già divertiti, contro tutto e contro tutti, abbiamo acceso la miccia con una sigaretta. Nessuno ci vorrà o ci potrà capire. Lo so: #magnotranquillo

Finalmente: Sarri

Quanto può durare la trattativa per l’ingaggio dell’allenatore di un club importante? C’è chi la chiude in una nottata, nonostante il mister si sia impegnato a rinnovare con altri: è capitato quindici giorni fa, il ragazzo-mister della Lazio aveva accettato la proposta di Lotito ma era insoddisfatto, si vede, desideroso di nuove sfide o di qualche dollaro in più.

Così ha detto: spiace. E noi ci siamo arrabbiati perché poco prima, giusto poco prima, aveva esternato, e non sembrava da lui, un lamento del tecnico vincente e ignorato dalla sua società, costretto a elemosinare un rinnovo da mesi e mesi, manco fosse una fidanzata lasciata a casa ad aspettare un amore che si era dimenticato di lei o aveva trovato di meglio da fare.

Poi è partito il toto-successore, non prima di aver buttato la croce sulle spalle della società, rea di approssimare e di tirare per le lunghe pure le trattative per l’acquisto dei birilli da campo di allenamento. Mentre i cavalieri dell’angoscia si dilettavano a ipotizzare nomi che alimentassero il dileggio, da Maran a Mazzarri, Lotito si metteva sulle tracce del tecnico in grado di caricarsi sulle spalle un’operazione-rilancio in grande stile.

Maurizio Sarri, detto il Comandante.

Cercato, chiamato, convinto. In due settimane, poche o tante che siano. Tante per chi come me si è astenuto dallo scrivere, per scaramanzia. Poche, per gli standard di Lotito, che sembrava aver trovato un osso duro, in grado di dilatare quanto lui i tempi di un discorso a tavolino. La visita al centro sportivo, i ragionamenti sullo staff, i dettagli economici che non sono mai sembrati il punto centrale della discussione.

Si riparte da un allenatore “giochista”. Abbiamo avuto Zeman e sappiamo cosa vuol dire. Così il vocabolario della Treccani definisce il sarrismo:

sarrismo (Sarrismo) s. m. La concezione del gioco del calcio propugnata dall’allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva; anche, il modo diretto e poco diplomatico di parlare e di comportarsi che sarebbe tipico di Sarri.

Non che Inzaghi non ci tenesse al gioco, in tanti lo accusavano come in una litania-mantra di eccessiva rigidità, schiavo di un modulo e di alcune modalità di costruzione divenute forse scontate. Certo, l’involuzione si toccava con mano.

Ora i tifosi sono entusiasti: la piazza è in fermento per l’inatteso rilancio, che dice di una società ambiziosa, che ha programmi di crescita in una congiuntura calcistica tempestosa.
Conoscendo i laziali, la fiducia in bianco durerà poco, ma il quinquennio di Inzaghi, con tanto bel gioco e alcuni preziosi trofei conquistati, sta a dimostrare che la piazza biancoceleste è una delle migliori possibili per un allenatore che punta sulla costruzione di un collettivo in grado di esaltare le qualità dei singoli.
La Lazio di singoli di alta qualità ne ha già tanti.

Sarà una piccola-grande rivoluzione tattica. Vedremo se i giocatori in rosa saranno di suo gradimento e quali saranno le scelte di mercato della società. Di certo chi poteva essere attratto da sirene interiste ha, oggi, un motivo in più per rimanere e voltare pagina. A Formello si lavora per vincere: Sarri, tra Napoli, Juventus e Chelsea, è stato sempre nei primi tre in classifica e ha centrato uno scudetto e un trofeo europeo.

E poi ci sono tutti gli accostamenti che sembrano segno buono: Sarri è nato il 10 gennaio, in piena ricorrenza laziale, e gli ultimi due allenatori toscani sono stati Fascetti (Viareggio) e Maestrelli (Pisa). Amatissimi. Non si contano i tifosi laziali che hanno chiamato un figlio Tommaso. Persino Inzaghi…

 

Una stagione in chiaroscuro

Una stagione finita male, com’era cominciata. Dall’1-4 interno con l’Atalanta della prima giornata allo 0-2 in casa del Sassuolo c’è stato un cammino altalenante, con qualche impresa, alcuni scivoloni inspiegabili e un’involuzione generale, rispetto alla grande annata 2019/2020, che nel finale post-lockdown aveva già anticipato temi venuti fuori nel campionato appena concluso.

Problemi di panchina corta e di usura di qualche titolare, che non sono stati risolti in campagna acquisti. I nuovi arrivi non hanno convinto: l’unico dal rendimento sufficiente è stato Reina, che ha però tolto il posto a Strakosha, ottimo protagonista delle stagioni passate. L’acquisto che doveva coprire il vuoto lasciato da Lulic, alle prese con un infortunio che ne ha messo a rischio la carriera, è stato il più deludente.

Fares non si è inserito, ha alternato periodi di stop per problemi fisici, e Inzaghi ha dovuto inventarsi soluzioni alternative. Per fortuna la duttilità di Marusic si è rivelata preziosa, altrimenti la mancanza di un esterno valido, col modulo utilizzato dal tecnico, avrebbe prodotto guasti anche peggiori. Il vuoto, alla fine, è stato colmato col rientro di Lulic, che pian piano ha recuperato una forma appena accettabile.

L’altro disastro di mercato è stato l’acquisto più costoso: Muriqi non ha reso secondo le aspettative, pur impegnandosi allo spasimo, e non è riuscito a sfruttare le occasioni che ha avuto, non molte, per la verità, tranne che nelle ultimissime giornate. Limiti tecnici che  sembrano difficili da superare, per un giocatore che poteva rappresentare una valida alternativa per l’attacco.

Non ha lasciato il segno Pereira, arrivato in extremis per mitigare la delusione per il mancato arrivo di David Silva, sogno accarezzato in estate, e nemmeno il ritorno di Hoedt ha fatto dimenticare la delusione per l’acquisto di Kumbulla, sfumato a vantaggio dei rivali cittadini, che a loro volta hanno preso una discreta fregatura, visto il prezzo che si sono impegnati a pagare per un giocatore che si è rivelato mediocre. Di contorno l’operazione che ha portato Akpa Akpro da Salerno e l’arrivo di Musacchio a gennaio per sostituire l’infortunato Luiz Felipe, e appena sufficiente l’apporto di Escalante, vice Leiva di appena discrete qualità.

Con un mercato così (senno di poi) la qualificazione agli ottavi di Champions League è stata un mezzo miracolo, anche perché è maturata con la squadra falcidiata dal Covid.
Alcuni giocatori hanno accusato ricorrenti problemi fisici che ne hanno limitato il rendimento. Luiz Felipe è stato fuori a lungo e non ha ripetuto la grande stagione passata, Caicedo e Correa hanno accusato continue difficoltà fisiche, alternando prestazioni importanti a eclissi improvvise. Lucas Leiva è apparso logoro, soprattutto nei momenti in cui ci sono stati impegni ravvicinati.

I pezzi più pregiati hanno lottato, ma anche per loro è stata una stagione in calando: Immobile, eccellente solo nella prima parte, Luis Alberto, brillante in fase realizzativa ma meno efficace come suggeritore, Acerbi, più portato del solito a prendersi libertà tattiche che hanno un poco penalizzato la difesa. Grande stagione invece per Milinkovic-Savic e Marusic, due che hanno sempre dato il massimo e offerto un rendimento importante in campo.

Solido anche l’apporto di Radu, sempre valido e approdato al record di presenze in biancoceleste. Detto di Lulic, non si può non dire di Parolo, anche lui costretto a recitare più ruoli in commedia. Tutti e due sono arrivati ai saluti e sarà difficile trovare qualcuno che li sostituisca degnamente. Cataldi non ha brillato, Patric ha offerto il solito contributo d’entusiasmo e confusione.

Simone Inzaghi ha gestito la truppa, con tutti i problemi che abbiamo evidenziato e con l’incertezza sul rinnovo del contratto. Ha fatto un discreto lavoro, con qualche errore e la necessità di rimontare un gruppo di avversarie molto forti dopo aver perso punti nella parte iniziale di stagione. Non ce l’ha fatta, ma è rimasto in corsa fino a 5 gare dal termine, cadendo a Firenze quando sembrava possibile un filotto di vittorie per una qualificazione in CL che avrebbe coronato gli sforzi di tutti. Il filotto c’è stato, ma di sconfitte, e ha guastato l’umore generale.

Infine, il giallo: resta o va via? Tra qualche ora si saprà.

La valutazione sulla stagione è sufficiente, con un finale che ha rovinato tutto. Speriamo rimediabilmente. Il voto alla squadra non può essere alto, anche se va diviso chi ha fatto bene da chi ha deluso. Il voto alla società non può essere migliore: la squadra andava rinforzata, lo sforzo economico c’è stato, le scelte sono state un disastro. La palma del peggiore, stavolta, tocca a Igli Tare.

 

Caccia al Mister

La stagione si concluderà con l’inutile ultima gara in casa del Sassuolo. La caccia al Mister, intanto, è cominciata, visto che la firma di Inzaghi sul rinnovo del contratto ancora non arriva. In questi mesi c’è stato un rimpallo continuo tra tecnico e società, ciascuno sempre pronto a minimizzare la questione del rinnovo. Che intanto è arrivata al capolinea: o si firma, o si cambia.

Ogni volta che Inzaghi è finito davanti a un microfono, recentemente, ha ricevuto la domanda delle cento pistole: resti o te ne vai? Lui ha sempre glissato, rimandato, posticipato. Anche quando era gratis e in qualche modo rassicurante per tutti, anche per far cessare il fuoco delle domande, fare un’apertura e dire: ma sì che resto.

Non gli è scappato manco un lapsus, bocca cucita, sempre tutto bello, ci vogliamo bene e ce ne vorremo, siamo cresciuti insieme eccetera. Dal che discende che, probabilmente, le strade di Inzaghi e della Lazio stanno per separarsi, o perché la società preferisce cambiare, o perché il tecnico ha altre proposte, oppure perché i rispettivi programmi per il futuro segnano una divergenza di vedute.

Da tempo serpeggia e si tocca con mano, tra social e media, una certa insofferenza. Cinque anni con un allenatore sono tanti, in Italia non si arriva quasi mai a un rapporto così lungo, e quando le cose cominciano a non andare benissimo si tende a dimenticare quanto di buono è stato fatto.

Inzaghi con la Lazio ha vinto, mostrato un gioco anche entusiasmante, per lunghi tratti, ha valorizzato giocatori facendone elementi di livello internazionale, ovviamente lavorando su una materia prima di qualità. Spesso è riuscito a farlo nel perenne navigare controvento della società, un vento particolarmente fastidioso soprattutto nell’ultimo anno, tra polemiche sul campionato sospeso per il covid, querelle per il valzer dei tamponi, campagne denigratorie con finalità politiche eccetera.

Se Simone se ne andrà chi arriverà? Il nome più gettonato è quello di Gattuso, che non si è impegnato con la Fiorentina, dopo settimane in cui, soprattutto da Firenze, arrivavano spifferi su una fase avanzatissima di trattativa. Anche a Firenze, figuriamoci a Roma, Ringhio veniva salutato senza particolari entusiasmi. strano, visto il curriculum da giocatore e da tecnico, in una realtà depressa come quella Fiorentina.

Meno strano se si parla della Lazio, ma  comunque singolare: Gattuso sta conducendo il Napoli alla qualificazione in Champions, e sappiamo bene quanto fosse difficile raggiungerla quest’anno. Lo fa da separato in casa, avendo da tempo rotto i rapporti col suo presidente. Lo fa avendo vinto la Coppa Italia, l’anno scorso, e perso la Supercoppa per un rigore sbagliato da Insigne. Il suo Milan ha sfiorato la Champions pur avendo una situazione di caos societario che si è risolta, almeno in parte, solo quest’anno.

Non pare, insomma, una scelta di ripiego. Forse è conservativa, nel senso che, come avvenuto in altri momenti, il cambio della guida tecnica giustificherà una campagna acquisti non troppo rivoluzionaria, anche e soprattutto per via della difficile contingenza economica.

Gattuso, insomma, non sarebbe accolto dalla banda e dalle majorette, ma il suo modo di porsi schietto e leale supererebbe facilmente certe resistenze, soprattutto se la squadra dovesse trovare un buon rendimento sul campo. Le alternative, suggestive, riguardano qualche grande ex: Mihajlovic, che sembra orientato a rimanere a Bologna, la cui carriera per ora si sta srotolando in tranquille piazze di non grandissime pretese. Sarebbe una scelta del cuore, ma Sinisa al momento non pare l’opzione migliore.

Più intrigante sarebbe l’ipotesi Conceiçao. Il secondo ritorno del popolare Meo Amigo, dopo l’incolore passaggio di fine carriera,  potrebbe rappresentare una risposta alla scelta di Mourinho operata dai dirimpettai, per giunta nel bell’idioma portoghese. Sergio si è distinto nel Porto, eliminando la Juventus nell’ultima Champions, e sarebbe un bel rilancio, per un’avventura tutta da vivere. Nei prossimi giorni sapremo.

Finisce in farsa

Il paradosso del finale di stagione laziale: se un tifoso avesse potuto scegliere quale gara vincere, tra il derby e quella col Torino, non avrebbe avuto dubbi. La campagna di stampa contro Lotito, la Lazio e Immobile ha avvelenato tutto l’inverno e c’era il desiderio di vedere lavate sul campo le offese roventi ricevute dal presidente del Torino e dai suoi scherani a mezzo stampa.

Per questo motivo e per rispondere positivamente agli stimoli di Inzaghi, desideroso di aiutare il fratello nella corsa alla salvezza, la squadra ha raschiato il barile, quasi vuoto, delle risorse psicofisiche, lanciandosi all’attacco. Disordinatamente, ma con forza.
Ne è uscito un match col Torino asserragliato in difesa del fortino, soprattutto nel secondo tempo, e la Lazio frenata da un arbitraggio ostile: due rigori negati, un gol annullato per un contatto venialissimo, squilibrio totale nella distribuzione dei cartellini, 4-0 per la Lazio, che allunga il suo primato di squadra più ammonita dell’universo.

Così Ciro spreca sul palo l’occasione del rigore concesso e si vede annullato il bel gol segnato, Muriqi si danna l’anima senza fortuna, Luis Alberto litiga per tutta la gara con il minaccioso Rincon e il palo di Lazzari allo scadere rappresenta bene la partita. Sarebbe stato annullato l’eventuale gol, visto che si è ripartiti dal solito fallo fischiato agli attaccanti.

La coda scandalosa di uno sguaiato Cairo, che insulta Lotito in tribuna e Immobile negli spogliatoi, aumenta se possibile la rabbia dei tifosi, che si riversa sui social. Una rivalità tra società che avrebbero più di un’affinità, voluta da un dirigente che spesso si è distinto per comportamenti discutibili. Appuntamento al prossimo anno.

Nell’occasione si ferma anche la lunga serie di vittorie interne della Lazio (primo pareggio del 2021 in casa) e la lunghissima serie di partite interne con almeno un gol segnato. Resta l’impegno finale col Sassuolo, a questo punto ininfluente, prima di passare a progettare la prossima stagione, archiviando questa, conclusa nel peggiore dei modi.