Una stagione in chiaroscuro

Una stagione finita male, com’era cominciata. Dall’1-4 interno con l’Atalanta della prima giornata allo 0-2 in casa del Sassuolo c’è stato un cammino altalenante, con qualche impresa, alcuni scivoloni inspiegabili e un’involuzione generale, rispetto alla grande annata 2019/2020, che nel finale post-lockdown aveva già anticipato temi venuti fuori nel campionato appena concluso.

Problemi di panchina corta e di usura di qualche titolare, che non sono stati risolti in campagna acquisti. I nuovi arrivi non hanno convinto: l’unico dal rendimento sufficiente è stato Reina, che ha però tolto il posto a Strakosha, ottimo protagonista delle stagioni passate. L’acquisto che doveva coprire il vuoto lasciato da Lulic, alle prese con un infortunio che ne ha messo a rischio la carriera, è stato il più deludente.

Fares non si è inserito, ha alternato periodi di stop per problemi fisici, e Inzaghi ha dovuto inventarsi soluzioni alternative. Per fortuna la duttilità di Marusic si è rivelata preziosa, altrimenti la mancanza di un esterno valido, col modulo utilizzato dal tecnico, avrebbe prodotto guasti anche peggiori. Il vuoto, alla fine, è stato colmato col rientro di Lulic, che pian piano ha recuperato una forma appena accettabile.

L’altro disastro di mercato è stato l’acquisto più costoso: Muriqi non ha reso secondo le aspettative, pur impegnandosi allo spasimo, e non è riuscito a sfruttare le occasioni che ha avuto, non molte, per la verità, tranne che nelle ultimissime giornate. Limiti tecnici che  sembrano difficili da superare, per un giocatore che poteva rappresentare una valida alternativa per l’attacco.

Non ha lasciato il segno Pereira, arrivato in extremis per mitigare la delusione per il mancato arrivo di David Silva, sogno accarezzato in estate, e nemmeno il ritorno di Hoedt ha fatto dimenticare la delusione per l’acquisto di Kumbulla, sfumato a vantaggio dei rivali cittadini, che a loro volta hanno preso una discreta fregatura, visto il prezzo che si sono impegnati a pagare per un giocatore che si è rivelato mediocre. Di contorno l’operazione che ha portato Akpa Akpro da Salerno e l’arrivo di Musacchio a gennaio per sostituire l’infortunato Luiz Felipe, e appena sufficiente l’apporto di Escalante, vice Leiva di appena discrete qualità.

Con un mercato così (senno di poi) la qualificazione agli ottavi di Champions League è stata un mezzo miracolo, anche perché è maturata con la squadra falcidiata dal Covid.
Alcuni giocatori hanno accusato ricorrenti problemi fisici che ne hanno limitato il rendimento. Luiz Felipe è stato fuori a lungo e non ha ripetuto la grande stagione passata, Caicedo e Correa hanno accusato continue difficoltà fisiche, alternando prestazioni importanti a eclissi improvvise. Lucas Leiva è apparso logoro, soprattutto nei momenti in cui ci sono stati impegni ravvicinati.

I pezzi più pregiati hanno lottato, ma anche per loro è stata una stagione in calando: Immobile, eccellente solo nella prima parte, Luis Alberto, brillante in fase realizzativa ma meno efficace come suggeritore, Acerbi, più portato del solito a prendersi libertà tattiche che hanno un poco penalizzato la difesa. Grande stagione invece per Milinkovic-Savic e Marusic, due che hanno sempre dato il massimo e offerto un rendimento importante in campo.

Solido anche l’apporto di Radu, sempre valido e approdato al record di presenze in biancoceleste. Detto di Lulic, non si può non dire di Parolo, anche lui costretto a recitare più ruoli in commedia. Tutti e due sono arrivati ai saluti e sarà difficile trovare qualcuno che li sostituisca degnamente. Cataldi non ha brillato, Patric ha offerto il solito contributo d’entusiasmo e confusione.

Simone Inzaghi ha gestito la truppa, con tutti i problemi che abbiamo evidenziato e con l’incertezza sul rinnovo del contratto. Ha fatto un discreto lavoro, con qualche errore e la necessità di rimontare un gruppo di avversarie molto forti dopo aver perso punti nella parte iniziale di stagione. Non ce l’ha fatta, ma è rimasto in corsa fino a 5 gare dal termine, cadendo a Firenze quando sembrava possibile un filotto di vittorie per una qualificazione in CL che avrebbe coronato gli sforzi di tutti. Il filotto c’è stato, ma di sconfitte, e ha guastato l’umore generale.

Infine, il giallo: resta o va via? Tra qualche ora si saprà.

La valutazione sulla stagione è sufficiente, con un finale che ha rovinato tutto. Speriamo rimediabilmente. Il voto alla squadra non può essere alto, anche se va diviso chi ha fatto bene da chi ha deluso. Il voto alla società non può essere migliore: la squadra andava rinforzata, lo sforzo economico c’è stato, le scelte sono state un disastro. La palma del peggiore, stavolta, tocca a Igli Tare.

 

Finisce in farsa

Il paradosso del finale di stagione laziale: se un tifoso avesse potuto scegliere quale gara vincere, tra il derby e quella col Torino, non avrebbe avuto dubbi. La campagna di stampa contro Lotito, la Lazio e Immobile ha avvelenato tutto l’inverno e c’era il desiderio di vedere lavate sul campo le offese roventi ricevute dal presidente del Torino e dai suoi scherani a mezzo stampa.

Per questo motivo e per rispondere positivamente agli stimoli di Inzaghi, desideroso di aiutare il fratello nella corsa alla salvezza, la squadra ha raschiato il barile, quasi vuoto, delle risorse psicofisiche, lanciandosi all’attacco. Disordinatamente, ma con forza.
Ne è uscito un match col Torino asserragliato in difesa del fortino, soprattutto nel secondo tempo, e la Lazio frenata da un arbitraggio ostile: due rigori negati, un gol annullato per un contatto venialissimo, squilibrio totale nella distribuzione dei cartellini, 4-0 per la Lazio, che allunga il suo primato di squadra più ammonita dell’universo.

Così Ciro spreca sul palo l’occasione del rigore concesso e si vede annullato il bel gol segnato, Muriqi si danna l’anima senza fortuna, Luis Alberto litiga per tutta la gara con il minaccioso Rincon e il palo di Lazzari allo scadere rappresenta bene la partita. Sarebbe stato annullato l’eventuale gol, visto che si è ripartiti dal solito fallo fischiato agli attaccanti.

La coda scandalosa di uno sguaiato Cairo, che insulta Lotito in tribuna e Immobile negli spogliatoi, aumenta se possibile la rabbia dei tifosi, che si riversa sui social. Una rivalità tra società che avrebbero più di un’affinità, voluta da un dirigente che spesso si è distinto per comportamenti discutibili. Appuntamento al prossimo anno.

Nell’occasione si ferma anche la lunga serie di vittorie interne della Lazio (primo pareggio del 2021 in casa) e la lunghissima serie di partite interne con almeno un gol segnato. Resta l’impegno finale col Sassuolo, a questo punto ininfluente, prima di passare a progettare la prossima stagione, archiviando questa, conclusa nel peggiore dei modi.

The day after

Perdere un derby, a Roma, è un evento ricorrente: le due squadre si alternano nel predominio cittadino, e capita di frequente di festeggiare o di rimanere scornati.
In terre abituate alla competizione senza esclusione di colpi si dice che “chi perde non cogliona”, quindi non si accampino scuse che hanno l’effetto di far godere di più chi ha vinto. Ci si rivede alla prossima e stop.

L’atmosfera da day after, però, è nelle viscere del tifoso, e per noi laziali è doppia: fino all’ultimo abbiamo rincorso la zona Champions, ma da tempo avevamo la percezione, netta, che fosse difficile arrivarci, perché le vittorie arrivavano quasi sempre alla fine di vere e proprie battaglie di nervi, e le sconfitte, spesso maturate contro avversarie alla portata, sembravano dovute sia alla concentrazione (la testa altrove nelle atroci vigilie di Champions) sia all’incapacità di uscire da un tema tattico se l’avversario indovina le contromisure, critica che è stata spesso mossa a Inzaghi, a proposito ma anche tralasciando il fatto che il copione non sempre veniva interpretato a dovere.

Così il giro palla da Grande Olanda visto in certe occasioni si è trasformato in stucchevole e inconcludente tictoc in altre, altro che tiki taka. Vedi il secondo tempo di ieri. Un evento avverso, come la svolta arbitrale di Napoli, ha dato la stura al diluvio che ha inchiodato un singolo apprezzato per gran parte della stagione, Reina, a un brutto finale, in cui ogni tiro era gol (vedi Pedro ieri sera), anche quelli che non sembravano impossibili da prendere.

La stagione serrata imposta dal Covid ha sottoposto alcuni singoli a un tour de force che ha messo a nudo la resistenza di Inzaghi al turnover, probabilmente dovuta alla troppa differenza di qualità tra titolari che giocano sempre, basta respirino, e riserve che maimaimai hanno una chance per davvero. Questa resistenza, fondata su un giudizio tecnico qualificatissimo, quindi poco opinabile da non addetti ai lavori, ha finito, però, per aumentare quel solco tra titolari e riserve, che non sono mai state considerate parte di un progetto per davvero, e questo non ha certo agevolato la loro inclusione e il loro rendimento in campo.

Quindi il day after della Lazio deve partire da un’analisi seria e profonda di quello che non ha funzionato, senza fare i medici pietosi rievocando le belle vittorie di stagione: il Borussia, il derby d’andata, Bergamo, il Napoli, il Milan. Alla fine, poche.

La Lazio poteva salvare la stagione finendo con una striscia di vittorie che, da Firenze in poi, avrebbe garantito al 100% l’ingresso nei 4. Proprio la sconfitta di Firenze ha visto, invece, ammainare la bandiera biancoceleste, lasciando il passo alla prestazione penosa col Parma e alla resa incondizionata di un derby cominciato discretamente e finito al gol dell’armeno, maturato in circostanze che la dicono lunga sullo stato dei biancocelesti, visto il modo in cui Dzeko ha disposto del leonino Acerbi.

Serbatoio vuoto, testa scarica, nessuna convinzione di poter centrare l’obiettivo, squadra che crolla alla prima avversità, estrema debolezza di alcuni punti fermi che a questo punto sarebbe stato meglio escludere dal campo. Il senno di poi.

Ma un sesto posto con annesso crollo finale, pur aggiunto alla bella qualificazione agli ottavi di Champions, è un risultato che racconta un fallimento. Diverso da un’esclusione dalla CL maturata lottando fino all’ultimo. Una differenza piccola ma netta, anche se l’epilogo sostanziale sarebbe stato lo stesso. Una differenza che aiuterà, si spera, a chiarire a tutti le idee per il futuro, perché c’è sempre un’altra partita, un’altra stagione eccetera.

E già che ci siamo, col Torino non si può  snobbare l’impegno, dopo la tempesta di fango scatenata da Cairo contro Lotito e la Lazio, durante tutta la stagione e ancora prima. La Lazio deve onorare l’impegno e vincere. Lo deve a sé stessa prima che a noi tifosi.
Non servirà a lenire le ferite di questo brutto mese di maggio, ma è doveroso.

Titoli di coda, anzi, no. Ci pensa Ciro

La Lazio non ci crede più, ma l’aritmetica ancora non la esclude dalla zona Champions, grazie al gol che Immobile segna allo scadere di una partita brutta e inconcludente.
Vittoria che serve ad allungare la striscia positiva in casa e a consolidare il sesto posto. Magra consolazione, ma l’atteggiamento in campo della squadra sembra dimostrare quanto poco si creda nel filotto di vittorie che potrebbe voler dire rimonta.

In realtà il campo ha detto: stagione finita, al massimo pensiamo al derby. La vittoria è arrivata grazie a qualche parata provvidenziale di Strakosha, con l’aiuto dei pali della porta: due per il Parma, contro una traversa di Luis Alberto nel primo tempo. La Lazio ha sbattuto contro il muro predisposto da D’Aversa, incapace di variare il tema tattico che prevedeva un flipper di passaggi per sfondare al centro. Nessuna situazione pericolosa creata, pochi cross fin quando è stato in campo Muriqi, combattivo ma non all’altezza della situazione.

L’ennesima prestazione disastrosa di Fares riduce le alternative possibili. La noia ci divora, mentre Inzaghi si sbraccia inutilmente, ma non trova il modo di riattivare i suoi.
Fin quando Immobile non trova, sul filo del 95′, la zampata del campione. 150 gol, anche se questo servirà a poco. Ora il derby, per chiudere degnamente una stagione che lascia qualche rimpianto. Non troppi, perché l’involuzione della squadra è palese, e anche stasera se ne capiscono i motivi, vista la prestazione di qualche “rinforzo” non all’altezza del compito.

Fine della corsa: Firenze

Una doppietta del campioncino emergente Vlahovic stende la Lazio a Firenze. Sconfitta ineccepibile, maturata dopo un buon inizio di gara dei biancocelesti, che sembrano decisi a saltare l’ostacolo: solo la vittoria poteva mantenere vive le speranze di agganciare un posto-Champions. I biancocelesti hanno provato a prendere in mano la gara e ci sono riusciti, a tratti, fin quando un’azione improvvisa al 32′ di Castrovilli, scaturita da un rimpallo, non ha lanciato Biraghi verso la linea di fondo. Per il terzino è stato facile trovare Vlahovic, a un passo dalla porta, per il più semplice dei gol.

E il gol ha cambiato la partita: la Lazio si è disunita, la Fiorentina ha trovato coraggio. Lo slancio dei biancocelesti si è definitivamente spento nella ripresa, risoltasi in uno sterile fraseggio biancoceleste, continuamente interrotto da falli (soprattutto fatti), perdite di tempo, trame d’attacco inconcludenti, con una Fiorentina capace di difendersi con ordine e di ripartire, appoggiandosi al suo centravanti, con un prezioso lavoro di Ribery.
Nel finale di gara è arrivato il raddoppio, ancora di Vlahovic, che ha colpito di testa indisturbato, incornando i sogni europei della Lazio.

Una gara che probabilmente chiude la stagione biancoceleste, lasciando spazio all’ultima speranza: se vincendo tutte le gare restanti la Lazio poteva avere la certezza di entrare nei 4, la sconfitta di Firenze potrebbe rendere inutile un filotto di vittorie nelle restanti partite, comunque improbabile e difficilissimo. Resta una stagione da chiudere, con un derby da giocare, prima del bilancio finale.

Inzaghi, ancora in posizione incerta, deciderà il proprio destino. Resta l’amaro in bocca per gli errori di mercato: la Lazio ha speso molto, senza riuscire a rinforzare una squadra che l’anno scorso aveva stupito tutti ma aveva bisogno di rinforzi per sostenere la Champions League e ritentare l’assalto alle posizioni di vertice. I nuovi hanno fallito tutti, a parte Reina, che comunque nel finale di stagione incassa troppi gol apparentemente evitabili.

Non si può non puntare il dito sulla stagione più che negativa dei due rinforzi più costosi e importanti: Muriqi e Fares hanno deluso profondamente. Pereira e Hoedt sembrano arrivati come scelte, non ponderate, dell’ultimo minuto, Akpa Akpro si è aggregato dopo un ritiro incoraggiante, Escalante non ha mostrato di poter sostituire Leiva degnamente, anche perché è stato meno sano di lui. L’operazione Musacchio, infine, è parsa un inutile riempitivo, nemmeno troppo gradito dal mister.

Così la squadra che aveva finito esausta la scorsa stagione ha affrontato, senza rinforzi, quella nuova, durante la quali ci sono stati i guai da covid e gli infortuni che hanno appiedato Luis Felipe, la guarigione difficile di Lulic, la stagione in calando di Immobile, la scarsa vena di Correa, tornato ai suoi livelli solo alla fine. In più le condizioni mai ottimali di Caicedo e la flessione dello stesso Acerbi.

La squadra, su queste basi, ha lottato, profondendo tutte le energie in una lunga e infruttuosa rincorsa, dopo aver perso punti importanti nel girone d’andata. Finisce sesta, se non ci saranno cambiamenti, e si tratta di una posizione in classifica sostanzialmente giusta, in un’annata in cui la lotta per le prime quattro posizioni è stata serratissima, con protagoniste tutte di alto livello.

Per i biancocelesti, oltre a un finale di stagione da onorare e un derby da vincere, si profila un mercato difficile. Anche alla luce delle scelte fatte l’anno scorso, che si sono rivelate, purtroppo, disastrose.

 

La lotta continua

Pomeriggio quasi tranquillo all’Olimpico. Lazio in grande condizione, che parte all’attacco e non molla il piede dall’acceleratore, costruendo gol, occasioni, giocate a profusione. Tutti sul pezzo, tutti ispirati, tutti insieme a lottare per l’obiettivo: i tre punti e la rincorsa all’Europa. Ma c’è qualcosa, come sempre, che lascia perplessi: mentre Perin sventava i tentativi dei laziali, col Genoa che stentava a sottrarsi alla forza dei biancocelesti, covava il seme della distrazione fatale. Al riposo su un 2-0 striminzito, per quanto gioco s’era visto, la Lazio concede subito un (auto)gol con Marusic. Riparte di slancio, ne segna altri due, ne sbaglia di poco altri, fin quando, nel giro di due minuti, concede prima un rigore per un intervento falloso, fortuito quanto inutile, di Cataldi su Badelj. Poi, un minuto dopo la realizzazione di Scamacca, capitola ancora su tiro di Shomurodov. Così si complica una partita dominata, senza storia alcuna. Almeno sulla carta, perché le occasioni, dopo il 4-3, sono ancora della Lazio, che festeggia l’undicesima vittoria consecutiva all’Olimpico, miglior serie nella sua storia, e si mette alla finestra, aspettando gli altri risultati del pomeriggio. Due sono favorevolissimi: i pareggi di Atalanta e Napoli alimentano le speranze biancocelesti, fondate, comunque, sulla necessità di vincere tutte le partite restanti, a meno di improbabili brusche frenate delle concorrenti.
Detto delle sofferenze (davvero poche) ci godiamo la splendida condizione di Correa, altri due gol oggi, un Immobile in ottima forma, i soliti Milinkovic, Marusic, Lazzari, un Hoedt solido a sostituire lo squalificato Acerbi, e poi la conferma della forma crescente di Lulic.
Prossima fermata, Firenze. La corsa continua.

Correa schianta il Milan

Spettacolo all’Olimpico: la Lazio aggredisce il Milan e lo lascia al tappeto, schiacciato da tre gol, un palo, una rete annullata per fuorigioco millimetrico di Lazzari, due grandi interventi di Donnarumma. Squadra ben messa in campo, micidiale nel ripartire in verticale: subito in vantaggio con l’incontenibile Tucu, i biancocelesti sfiorano più volte il raddoppio, per ripiegare nella seconda parte  del primo tempo, prima di lanciare verso il raddoppio Lazzari, più veloce del Var, che gli nega la gioia del raddoppio.

Nel secondo tempo la Lazio controlla agevolmente e si lancia in avanti di rimessa, segna di nuovo con lo scatenato Correa, un gol contestato per un intervento dubbio di Leiva su Calhanoglu a inizio azione che Orsato non sanziona, nonostante la segnalazione del Var, richiamando direttamente l’episodio di Napoli, quando il Var aveva dettato la decisione all’arbitro, che in campo aveva visto diversamente. Poi si prende la scena Immobile, dopo qualche errore: prima centra il palo con uno splendido pallonetto, poi chiude la contesa con un gran gol. 3-0, Lazio a 5 punti dalla Champions League con una partita da recuperare.

Restano 6 partite per giocarsi tutto. Con questo carattere niente è precluso.

Champions sfumata? Forse, ma non è ancora finita

Non si placano le polemiche all’indomani della brutta sconfitta napoletana. Le decisioni di Di Bello hanno creato uno scenario che si è rivelato ideale per esaltare le qualità dei partenopei e i biancocelesti si sono dovuti inchinare a una superiorità  tecnica apparsa chiara, nella circostanza, anche se a tratti la Lazio ha girato a pieno regime. E in quei momenti si è visto che la squadra può competere, se al massimo, con il Napoli e con chiunque.

La decisione dell’arbitro pesa, ma non è un alibi sostenibile oltre il lecito. Resta il fatto che Di Bello non è intervenuto né sul rinvio di Milinkovic-Savic né sulla trattenuta di Hysay su Lazzari (vedi foto), che avrebbe richiesto la massima punizione e il cartellino rosso. Anche un intervento del Var a invalidare la decisione, perché l’azione è susseguente al presunto rigore su Manolas, sarebbe arrivato a decisione presa.

Così viene da pensare che senza Var la gara sarebbe passata oltre senza interventi arbitrali. E, se questo poteva essere il male minore per la Lazio, è comunque la prova ulteriore della serata negativa dell’arbitro, oltre che delle scelte di chi stava al Var, che hanno finito per orientare la gara verso Napoli. Com’è successo anche a proposito del fallo di mano commesso da Mertens in occasione del raddoppio tagliagambe dei partenopei.

Scelte legittime, anche se (molto) opinabili. Propendere per una decisione diversa avrebbe spinto la gara su territori alternativi, mantenendo lo status quo o lanciando in orbita la Lazio, con un uomo in più e un rigore da trasformare. Non è successo. Cose che capitano. Raramente ma capitano.

Seccante, semmai, il giudizio un poco a senso unico dei commentatori, solerti nel prendere le parti del Napoli come nel prendere quelle dell’Atalanta in occasione del discusso mani di Bastos nella finale di Coppa Italia vinta con pieno merito dalla Lazio.

Situazioni che sul campo accadono, curioso che nell’impossibilità di dirimere l’incertezza si prenda sempre posizione in senso contrario alla Lazio. Ma sarà, ovviamente, che guardiamo le cose con occhiali biancocelesti, oppure che per accorgersi di cose così  occorre, appunto, mettersi nei panni di chi sostiene le proprie ragioni. Che non sono poche, anche se fossero in minoranza, e non è detto.

Resta il risultato e il modo con cui è maturato, dopo lo show arbitrale. Che anticipa un verdetto che si può ancora riscrivere: Lazio fuori dalla CL, che soccombe a un lotto di avversari formidabili. Vero, ma il triplice fischio non è ancora arrivato, e una partita non dice tutta la differenza tra due squadre. Se ricordiamo il match d’andata la differenza, abissale, fu a favore della Lazio. Quindi, come sempre, bisogna guardare alla prossima partita, cercando di vincerla. Perché c’è sempre un’altra partita.

Disastro a Bologna

Che quella di Bologna fosse una gara delicata s’era detto in tutte le salse, dopo la botta subita col Bayern. La Lazio ha anche cominciato bene, fino al rigore: un grazioso regalo di Dominguez, che stende Correa in modo insensato, un palmo dentro l’area, con due compagni intorno a sbarrare il passo all’argentino. Immobile va sul dischetto e calcia: il tiro non è forte né angolato e Skorupski si tuffa e lo abbranca in presa facile e sicura.

Il tempo di abbassare lo sguardo e Ciro assiste da lontano alla bella azione che porta il Bologna a segnare: Orsolini tira secco su cross proveniente da destra, Reina para ma respinge corto, tentando di buttarla di lato, Mbaye è più pronto di Lazzari e deposita in rete vanificando il tentativo di chiusura dello stesso Reina. E qui cominciano i guai, come se i due eventi avversi in un minuto non fossero già pesanti abbastanza.

La Lazio si disunisce, non trova le forze per reagire e subisce l’entusiasmo del Bologna, che crea alcune situazioni favorevoli con Barrow, che va vicino al raddoppio, contenuto anche da Reina. Altro snodo della partita al 31′: proprio il portiere biancoceleste fa partire un contropiede micidiale, servendo in verticale Correa, che vola verso la difesa bolognese, in superiorità numerica, con Lazzari a destra e Luis Alberto a sinistra che chiedono palla, pronti a concludere. L’argentino è indeciso, temporeggia, arriva al limite dell’area e cerca un passaggio lento e prevedibile per Luis Alberto, facile preda della difesa.

La Lazio rumina gioco ma non tira, o se lo fa è innocua, spesso fuori misura, con conclusioni forzate e velleitarie. Il Bologna gioca bene anche se non sfrutta i molti errori in appoggio della Lazio, sempre in affanno se pressata quando fa partire l’azione.

A inizio ripresa, con Lulic in campo per l’infortunato Lazzari, i biancocelesti sembrano entrati con un piglio diverso, ma la loro spinta dura poco e non produce grandi opportunità, solo tiri ribattuti e manovre che s’infrangono in una zona centrale affollata.
La Lazio mostra evidenti limiti, non riesce a variare il tema di gioco, s’intestardisce a voler passare dove non c’è spazio. Poi capitola di nuovo, grazie a una prodezza di Sansone, bellissima esecuzione al volo su cross di Barrow.

Inzaghi si decide a cambiare, toglie Leiva, Immobile e Patric e inserisce Muriqi, Pereira e Cataldi. Curioso che sullo 0-2 ci si affidi a uomini che il campo lo vedono ben di rado: gli si lascia modo di operare a gara compromessa, non certo facilitandone l’inserimento.
La Lazio prova, ma non cava un ragno dal buco. Trova nel finale un paio di buone situazioni che fanno fare bella figura a Skorupski e china il capo, sconfitta, al fischio finale.

Poi incassa le rampogne del mister, in sala stampa: si aspettava una reazione migliore, perché le grandi squadre, se sono tali, devono saper reagire alle avversità. Qualcuno ci legge uno smarcamento da responsabilità che toccano pure al tecnico: sarebbe lungo elencarle tutte, ma è chiaro che la squadra segna con difficoltà e subisce con facilità, in questo frangente.

Se sia la testa leggera della sbornia di coppa non è dato sapere, ma Bologna arriva dopo sconfitte analoghe subite con Sampdoria, Verona e Udinese. Squadre di piccolo/medio cabotaggio in grado di opporsi al gioco della Lazio mettendone a nudo limiti precisi, a questo punto, visto il ripetersi della circostanza.

Proprio la differenza di potenziale rispetto a certi avversari sembra suggerire che non basta puntare il dito sulle carenze della rosa, a questo punto, per spiegare certi rovesci. Una squadra corta di alternative in certi reparti e lunga in altri, con gente che non esce mai e gente che vede il campo solo in situazioni compromesse o di minore impegno: la sensazione, avvalorata da certe dichiarazioni di Lulic ai microfoni della tv, è che il tecnico si fidi solo di alcuni, e che offra agli altri poche opportunità.

Anche a costo di schierare, come oggi, un Immobile che fa fatica per problemi fisici, o un Leiva che non sembra più sostenere l’intensità di certi impegni. Si dice che dopo la Champions la squadra accusi lo sforzo. Ma se c’era la fatica del Bayern nelle gambe perché schierare in campo la stessa formazione? Domande senza risposta, mentre il tempo passa, il rinnovo di Inzaghi resta nelle intenzioni, la classifica peggiora vanificando la rimonta di inizio anno. Restano 14 partite per centrare un obiettivo difficile. Se la Lazio vista oggi non è quella che ci aspetta da qui in poi.

 

Ripartire tutti insieme

Troppo Lukaku per questa Lazio, sembra dire la foto. In campo è andata proprio così, nonostante le attenuanti generiche invocate da Inzaghi: l’Inter è stata superiore nella gestione della partita, disponendosi a difesa del risultato raggiunto dopo un buon quarto d’ora iniziale della Lazio, grazie al rigore di Hoedt su Lautaro Martinez trasformato da Lukaku e al raddoppio fortunoso dello stesso Lukaku, lanciato da un rimpallo su una palla contesa tra Brozovic e Lazzari, nato da un disimpegno difettoso.

Insomma, le condizioni ideali per giocare di rimessa, a campo spalancato, con la potenza del centravanti belga che poteva scatenarsi in progressione. Alla fine, viste le occasioni capitate in contropiede ai nerazzurri, il 3-1 è risultato quasi accettabile, anche se resta qualche rimpianto soprattutto sul rigore: Hoedt è entrato per tentare una chiusura disperata e ha trovato il giusto tempo per arrivare sulla palla, travolgendo però Lautaro con la gamba di richiamo. Sembra un rigoretto, ma a norma di regolamento ci sta.

Per la Lazio era la giornata propizia per rientrare nella lotta al vertice, ma il verdetto è stato inequivocabile: l’Inter, al completo, è più attrezzata e offre a Conte tutte le variabili che gli servono per impostare la partita a piacimento.

Si è potuto permettere di chiudere gli spazi come avevano fatto il Verona, il Cagliari, l’Udinese, potendolo fare con elementi di classe internazionale come De Vrij, Skriniar, Bastoni, utilizzando un grande giocatore come Perisic per tenere a bada Lazzari. I nostri hanno pagato dazio all’abbondanza, rivelando che la coperta in certe circostanze è corta: l’ammirevole dedizione con cui Luis Alberto e Milinkovic-Savic si sono applicati alla copertura ha lasciato l’attacco senza rifornimenti, e i canali che usa la Lazio di solito si sono inariditi: poco Lazzari, poco Marusic, poco Ciro, un Correa voglioso ma alla fine leggero.

In più, la difesa, priva di Radu che si è aggiuntoi a Luiz Felipe, lasciando ad Hoedt e a Patric l’incombenza di contenere, insieme ad Acerbi, la furia del duo interista, supportato da un ispirato Eriksen.

Non si può negare la delusione, ma si deve tenere presente che la sconfitta è arrivata al Meazza, per mano della capolista che è la più accreditata favorita per lo scudetto. Nessun dramma, quindi, ma ripartiamo subito: c’è una Sampdoria in forma, da domare. E arriva subito prima della Champions, circostanza che ha prodotto il disastro di Marassi all’andata, uno 0-3 senza metterci mano che introdusse l’impresa fatta in casa col Borussia Dortmund.

Difficile non sentire il richiamo del Bayern, che nei giorni scorsi si è aggiudicato il Mondiale del club. Ma per restare in zona Champions bisogna vincere con la Samp.