La caduta da romanzo di mister miliardo. Sartor, un bravo ragazzo

La parabola di Sartor, da “Mister Miliardo” a rinnegato e dimenticato


Illustrazione di Lorenzo Conti

Se l’Italia si dimostrasse sensibile quanto l’Inghilterra alla dimensione epica del calcio, oggi Luigi Sartor sarebbe l’uomo del momento, braccato dagli editori disposti a sgomitare per pubblicare la sua autobiografia e dai produttori televisivi risoluti a mettere in scena la sua parabola esistenziale.

Dove altro lo si trova il primo calciatore-ragazzino pagato un miliardo di lire, che senza brillare della luce abbagliante delle stelle di prima grandezza è protagonista di un’onorevole carriera in Serie A, condivide lo spogliatoio con Del Piero e Baggio, Vialli e Buffon, Ronaldo e Totti, e dopo il ritiro diventa protagonista di una serie di disavventure giudiziarie da romanzo?

“Gigi” Sartor, figlio del Veneto profondo, infatti, all’alba dello scorso decennio finisce nei guai per il calcioscommesse, poi si trova impelagato in uno spiacevole processo per stalking e maltrattamenti in capo al quale rimedia una condanna a nove mesi; da ultimo, lo si è visto tornare alla ribalta perché viene processato come titolare di una artigianale ma lussureggiante serra clandestina di marijuana sul primo Appennino parmense. Fosse capitato a Gazza Gascoigne ne staremmo sorridendo come dell’ennesima bravata; qui, invece, si fa finta di non avere mai conosciuto “mister Miliardo”. Sartor chi?

L’unico che si è sbilanciato a parlarne è stato il suo vecchio mister Guidolin. “Io ho conosciuto un bravo ragazzo” si è limitato a dire. Dal resto del mondo del calcio, un silenzio assordante, imbarazzato, carico di contegno e sensi di colpa.

E giù di titoli sagaci come quelli d’un giornalino parrocchiale anni Ottanta: “Sartor, una carriera… In fumo”, tanto per intenderci.

E lui, poareto, a scusarsi tramite l’avvocato, a garantire che si rende conto di essere a un bivio, di avere ricevuto l’ultima chiamata prima di sprofondare nell’abisso, a cospargersi la chioma, sempre curatissima, con la cenere del pentimento. Neanche avesse sgozzato qualcuno.

Se l’Italia fosse l’Inghilterra

Se l’Italia fosse l’Inghilterra, le piattaforme televisive straborde-rebbero di serie sui pionieri del calcio a Genova e Torino e sullo “scudetto delle pistole” del 1925, sulla vita sregolata e fortunatissima di Meazza, da menino da rua meneghino a sciur con appartamento vista Parco Sempione.

Se l’Italia si liberasse dei suoi cascami scolastici tardo-idealisti e riconoscesse sinceramente gli eroi che l’hanno fatta piangere e sognare, i feroci derby della Torino anni Settanta, la lotteria dei rigori di Roma-Liverpool, lo scudetto del Verona, gli anni di Maradona a Napoli, il Triplete nerazzurro e la maledizione che separa la Juve dalla Champions sarebbero tutti soggetti da poesie, film, canzoni di qualche gruppo indipendente pronto a scalare con ribalta testardaggine le classifiche.

Il destino ha sancito che al posto di Top of the pops e dei documentari firmati BBC ci tocchino ancora Sanremo e Miss Italia, certi salotti televisivi che paiono inni alle rustiche muse dell’analfabetismo funzionale, e una banda FM dove la qualità combatte a spada tratta contro il kitsch più sfrenato. La Prima Repubblica, per certi versi, non è mai finita.

Eppure, a un bel punto, sembrava che tutto fosse sul punto di cambiare.

La stagione calcistica 1989-90 era a metà del girone di andata quand’è caduto il Muro di Berlino, e sarebbe bello sapere quale impressione abbiano suscitato quelle immagini al non ancora quindicenne Gigi Sartor, nato a Treviso ma cresciuto nell’entroterra veneziano, figlio di due negozianti e unico maschio d’una nidiata che comprende due sorelle.

A occupare i suoi pensieri, forse, basta il calcio, che gioca con gran profitto nei Giovanissimi del Padova, stesso settore giovanile di un certo Alessandro Del Piero, di lui più grande di un anno.

Nella foto di squadra degli Under 15 Biancoscudati, Sartor è l’unico che sorride mostrando la chiostra candida dei denti, bel toso con i capelli tenuti in posizione a manate di gel; a fine stagione lui e i suoi compagni si aggiudicano lo Scudetto di categoria, e il terzino destro naturale Sartor Luigi, all’occorrenza in grado di giostrare da centrale, ha un motivo in più per rilassarsi in vista dei Mondiali da seguire in televisione.

L’autunno successivo passa nella formazione Allievi, allenata dall’appena ventottenne Maurizio Viscidi. Le stelle del gruppo sono lui e Del Piero, più incline a legare con i gregari come il partner d’attacco Pippo Barban, De Franceschi e Petiziol, insieme ai quali il futuro“P in tu ricchi o” trascorre le vacanze a Jesolo. La loro corsa nel campiona todi categoria si arresta in semifinale contro l’ Inter, ma ormai Gigi e Alex si sono fatti notare: nel giro di poco gli appassionati di calcio leggeranno i loro nomi sui giornali sportivi.

Generazioni di fenomeni

Se torniamo esattamente a quel momento in cui tutto era ancora in bilico, prima degli imprevedibili scenari politici delineatisinel ’94, di una sola cosa si poteva andare certi: gli Azzurri erano fortissimi, so lola malasorte ci aveva impedito di arrivare in finale nella Coppa del mondo giocata in casa, e presto ci avremmo riprovato negli Stati Uniti.

Parliamo delle stagioni in cui Baggio e Signori erano al top, e le certezze della Nazionale si chiamavano Franco Baresi e Paolo Maldini; Totti muoveva i passi in Serie A mentre in seconda serie si facevano notare i giovani Vieri, Inzaghi, Del Piero, promosso in prima squadra nel suo Padova. Le generazioni di fenomeni si succedevano le une alle altre, e per quasi tutti il rito iniziatico si chiama Under 21.

Nell’estate del 1992, gli Azzurrini affidati a Cesare Maldini s’impongono vincendo per la prima volta l’Europeo di categoria; per Gigi Sartor, invece, la celebrità arriva grazie a una clamorosa operazione di calciomercato. In quella stessa estate, infatti, la Juventus lo preleva dal Padova per la cifra inaudita di un miliardo di lire.

Ci sarebbe parecchio da dire sull’entità di certi trasferimenti e sulle loro ricadute fiscali all’interno del sistema-calcio, sta di fatto che il misconosciuto diciassettenne si ritrova circondato dall’aura del predestinato: ecco a voi “mister Miliardo”.

Trapattoni lo ammette da subito in uno spogliatoio che comprende Baggio e Vialli, Di Canio e Ravanelli; la prima scelta come terzino destro è Moreno Torricelli, uno che fino a poche settimane prima lavorava come falegname, giocava in D nella Caratese ed è costato appena 50 milioni, il sostituto naturale Massimo Carrera, versatile nella sua doppia veste di terzino e centrale, ma c’è spazio anche per il giovane Gigi.

Il Trap lo fa debuttare a fine estate in Coppa UEFA, regalandogli uno scampolo di partita contro i ciprioti dell’Anorthosis, ultimo atto di una doppia sfida particolarmente impari, nella quale i Bianconeri mettono a segno ben dieci reti, avanzando agevolmente al turno successivo.

L’ancora minorenne Gigi fa il suo impegnativo esordio in Serie A nella mite domenica invernale del 6 dicembre. La Juventus gioca al Franchi contro la Fiorentina, partita sempre attesissima in riva all’Arno, e il Trap a corto di titolari non esita a buttare Gigi nella mischia dal primo minuto.

La partita comincia in salita: Brian Laudrup gonfia la rete quando ancora non è scoccato il decimo minuto, poi Kohler si fa espellere e alla Juve, ridotta in dieci, non resta che inseguire. La Viola sembra sul punto di raddoppiare sul finire del primo tempo, ma l’arbitro Beschin fischia per mandare le squadre al riposo mentre la Fiorentina stringe d’assedio la porta di Peruzzi.

Il gioco è ripreso da pochi minuti quando Baiano s’invola in contropiede; “Sàrtor”, come lo chiama il telecronista, poco avvezzo alle accentuazioni tronche dei cognomi veneti, lo pressa fino all’ultimo ma ottiene unicamente di deviare il suo tiro in rete. “Sàrtorn on ha colpe” assicurala cronaca, sta di fatto che il ragazzo ha la sfortuna di siglare al debutto l’autogol che sigilla il successo dei Viola.

Nell’uscire abbacchiato dal campo, forse lo sbarbato non realizza che quella resterà la sua unica partita in bianconero nella massima serie.

A fine stagione la Juve conquista contro il Borussia Dortmund la Coppa Uefa; grazie alla sua comparsata settembrina, anche Sartor figura nell’elenco ufficiale dei vincitori, ma per il momento il club preferisce spedirlo a guadagnare minutaggio ed esperienza in provincia.

Una nuova era

Sull’asse Torino-Padova in quel periodo di denari ne corrono a fiumi: nell’estate del 1993 Boniperti stacca un assegno che di miliardi ne vale addirittura cinque, e serve ad acquistare Alex Del Piero, che sulle prime viene relegato nella squadra Primavera, ma ben presto dimostrerà tutto il suo talento.

L’astro di Alex si appresta a sorgere che la Juve ha già chiuso le porte in faccia al suo ex compagno di squadra Sartor: un anno in prestito alla Reggiana, cenerentola della Serie A allenata da Marchioro, gli vale appena cinque presenze; la squadra si salva fortunosamente, quattordicesima a pari merito con l’Inter più disastrosa della storia recente, ma a Gigi tocca scendere di categoria.

Torna in Veneto per indossare l’elegante maglia a pali biancorossi del Vicenza, piazza nobile della serie cadetta reduce da anni oscuri; un presidente ambizioso, Dalle Carbonare, è deciso a riportare il club in una Serie A che manca dai tempi in cui l’ attaccanteprincipe della squadra era un certo Pablito Rossi.

A vent’anni finalmente gioca titolare; nelle foto di rito con i compagni di squadra, lo si nota perché ha sempre un’aria stralunata: è quello che guarda sempre dall’altra parte, perso nei suoi pensieri, e non è dato sapere se siano più i rimpianti, i presagi o le considerazioni circa il destino e le misteriose forze che lo muovono.

Il primo anno i Biancorossi guidati dall’allenatore-ciclista Guidolin staccano l’ultimo biglietto valido per la promozione dietro a Piacenza e Udinese: è il ritorno in serie A dopo tre lustri di esilio.

Nella stagione successiva il Vicenza, che ha i suoi condottieri in capitan Lopez e Mimmo Di Carlo, disputa un ottimo torneo: si leva la soddisfazione di battere al Menti la Juventus, mette in cassaforte la salvezza con largo anticipo e riesce a chiudere la stagione nella colonna sinistra della classifica.

“Mister Miliardo” è ancora in età da Under 21: Cesare Maldini, vittorioso nelle due edizioni precedenti degli Europei di categoria, lo chiama a far parte degli Azzurrini che guadagnano ancora una volta la finale, ma al dunque gli preferisce il più esperto “fuoriquota” Panucci. Il terzo successo consecutivo, ottenuto contro la Spagna di Raùl, vale a Gigi un nuovo alloro nel palmares personale, ma solo l’infortunio dello stesso Panucci gli apre la strada per le Olimpiadi di Atlanta.

A questo punto, il confronto con l’ex compagno Del Piero si è fatto insostenibile: Gigi viene dalla Be stenta a trovare posto nella Nazionale dei giovani, Alex invece ha ereditato i galloni di Baggio, segna gol spettacolari e, a soli ventun anni, ha appena guidato la Juventus alla conquista della Champions League.

Meraviglie di provincia

Il Vicenza di Guido li ne il Bologna di Ulivi e risono le due meraviglie di provincia di quegli anni, capaci di dare spettacolo e incrinare la supremazia assoluta delle“Sette sorelle ”.

Il nuovo corso biancorosso raggiunge il suo zenit nel 1996-97: mentre la società guidata del patron Dalle Carbonare va in pezzi per gravi irregolarità finanziarie, la squadra battaglia alla grande–memorabile la quaterna rifilata dall’uruguagio Otero alla Fiorentina–e agguanta perla coda il diritto a disputare la finale di Coppa Italia, grazie a un rigore di Cornac chini all’ 89’ n ella semifinale di ritorno contro il Bologna.

La coda di stagione, tuttavia, non vedrà Sartor fra i protagonisti. II piovoso 20 aprile il Vicenza gioca in campionato sul neutro di Reggio Emilia contro un Perugia in tenuta all black, e pare di essere al Menti. I tifosi veneti sono accorsi numerosi, a fare gli onori di casa è la mascotte Gatton Gattoni, e i loro beniamini, a secco da diverse giornate, li mandano in delirio.

Ha giocato con Del Piero e Ronaldo. Poi scommesse, accuse di stalking, marijuana. L’ennesimo bivio

A 17 anni passò dal Padova alla Juve, poi iniziò a girare. Ha vinto trofei quasi sempre da non protagonista

Un intervento scomposto del perugino Matrecano, subito espulso da Collina, spalanca praterie nelle quali i ragazzi di Guidolin sono liberi di sfogare a piacimento il proprio estro. Apre le ostilità Ambrosetti con un destro al volo da manuale, raddoppia in acrobazia Cornacchini, poi Otero si presenta solo di fronte al portiere, lo disorienta e spedisce il cuoio nell’angolino basso con un tocco di fino. Durante l’intervallo, le telecamere inquadrano Gaucci, desolato in tribuna di fronte alla sua creatura che pare ormai condannata alla retrocessione, e alla ripresa del gioco Beghetto calcia una punizione dal limite che rimbalza sotto la traversa e gonfia la rete per la quarta volta; col risultato inchiodato sul 4-0, entra in campo per i perugini il giovane Marco Materazzi. È lui, pochi minuti dopo, a far inorridire il pubblico con un’entrata tanto violenta quanto inutile ai danni di Gigi. Sulle prime si teme un grave infortunio, ma Sartor si riprende in tempo per giocare a fine maggio il doppio confronto che vale la Coppa Italia e il biglietto per l’Europa.

Alla sconfitta di misura al San Paolo nell’andata, segue direttamente l’apotesi; il 3-0 fra le mura casalinghe vale il primo trofeo nella storia del club e l’accesso alla compianta Coppe Coppe.

A quella campagna continentale, destinata a chiudersi in semifinale contro il Chelsea di “Magic Box” Zola, Sartor non prenderà parte; nell’estate di gloria del ’97, infatti, viene comprato per oltre 6 miliardi dall’Inter di Moratti nell’ambito della faraonica campagna-acquisti che porta in nerazzurro Ronaldo, il solo e unico Fenomeno, e con lui Recoba, Simeone, Ze Elias, Taribo West e Cauet.

Il treno passa due volte

Si dice che certi treni passano una volta sola, ma nel caso di Gigi l’ingaggio in nerazzurro è una seconda, sontuosa, occasione per giocare in un club di enorme ambizione.

Mister Simoni ha ai propri ordini una squadra da sogno, che si riserva di schierare a seconda delle occasioni con Djorkaeff a centrocampo oppure in posizione in trequartista alle spalle di Ronaldo e Zamorano; in retroguardia, invece, schiera una linea di tre marcatori a uomo più l’italianissimo libero, e il quartetto difensivo ha come suo perno il glorioso Beppe Bergomi, restituito a una seconda giovinezza.

Sartor guadagna oltre 20 presenze in Serie A e il suo primo gettone nella Nazionale maggiore, ma col progredire della stagione gli viene preferito sempre più spesso Colonnese, protagonista di un’annata straordinaria che lo consacra titolare accanto allo “Zio” Bergomi, Taribo West e il playboy Galante, con Zanetti in grado di giocare tanto in difesa quanto a centrocampo. L’ormai ventitreenne “mister Miliardo” è in panchina nel derby vinto 3-0, torna in campo contro la Samp in tempo per firmare il suo unico gol nerazzurro, ma deve accomodarsi nuovamente fra le riserve il 26 aprile del ’98, quando Juventus e Inter, separate da un solo punto, si giocano un bel pezzo di Scudetto al Delle Alpi.

Fra i protagonisti della “madre di tutte le partite” non può invece mancare Del Piero, che decide l’incontro siglandone l’unica rete. L’arbitraggio del match passa alla storia per il rigore non assegnato sul contrasto di Mark Iuliano ai danni di Ronaldo – dal punto di vista interista, la dimostrazione plastica di come il Palazzo tuteli la Juve; da quello bianconero, l’inizio di un piagnisteo infinito – una decisione che scatena il caos in campo, e innesca uno psicodramma nazionale di cui si avvertono ancor oggi le conseguenze.

Con la Juve a +4, lo Scudetto è andato; Sartor si consola parzialmente giocando i venti minuti finali della spettacolare finale parigina di Coppa UEFA contro la Lazio, entrando un paio di minuti dopo che Ronaldo ha assicurato la vittoria con la spettacolare discesa che vale ai Nerazzurri il 3-0.

“Mister Miliardo” aggiunge un’altra coppa alla sua bacheca, ma nell’Inter più bella dell’era moderna non c’è posto per lui se non come comprimario: non resta che migrare un’altra volta, destinazione Parma.

Il comprimario

Approdati in Serie A nel ’90 dopo una vita a languire nelle serie inferiori, nella prima metà del decennio i Ducali si sono aggiudicati la Coppa Italia e il primo trofeo internazionale, la Coppa delle Coppe, seguita dalla Supercoppa e da una Coppa Uefa vinta nella finale tutta italiana contro la Juventus.

Ormai controllati direttamente dai Tanzi, fautori di un rigoroso 4-4-2, gli Emiliani rinunciano all’emergente mister Ancelotti, che pure ha centrato un clamoroso secondo posto in campionato – e di lì a poco passerà sulla panchina della Juve – per affidarsi al vulcanico Malesani.

L’obiettivo d’innescare un nuovo ciclo è fatto chiaro dagli ambiziosi acquisti di Veron, Boghossian e Fuser, che vanno a fare compagnia agli altri pezzi pregiati della squadra, Thuram, Crespo e Chiesa.

Il restyling è completo: la squadra abbandona le tenute bianco-Parmalat per un’inconsueta casacca a fasce gialloblù, e la bandiera tattica del vecchio schema viene ammainata a favore dell’arrembante e asimmetrico 3-4-1-2 di Malesani.

La metamorfosi porta fortuna: in primavera i Ducali tornano a vincere la Coppa Italia e anche in Uefa avanzano, recuperando nel finale confronti che parevano ormai perduti, sino alla finalissima di Mosca contro l’Olympique Marsiglia, sottomesso con un perentorio 3-0. Peccato che, anche questa volta, Gigi debba vedere il match dalla panchina: troppo dura la concorrenza di Thuram, Cannavaro e Sensini per trovare un posto stabile in quella squadra tanto sorprendente quanto irripetibile.

A Parma Gigi Sartor si leva lo sfizio di vincere ancora una Supercoppa italiana e, nell’ultima stagione in gialloblù, la terza Coppa Italia della carriera, ultimo trofeo conquistato dai Ducali prima che le acrobazie finanziarie dei Tanzi schiantino il club e le speranze dei risparmiatori convinti a investire nella loro impresa.

Nei suoi quattro anni lungo la via Emilia “mister Miliardo”, fra concorrenza e infortuni, non arriva mai a giocare 20 partite di campionato. In compenso, decide che Parma resterà casa sua: è qui che lo ritroveremo alla fine della nostra storia.

La fine del gioco

Subito prima che il Parma si disgreghi, Sartor passa alla Roma. La squadra è guidata da Capello, che in difesa non transige: difesa a quattro, con Cafù o Zebina sulla destra, Candela sulla fascia opposta, e al centro Samuel e uno fra il monumento “Pluto” Aldair e Christian Panucci; la vecchia nemesi di Gigi ai tempi dell’Under 21 può giostrare anche come terzino, col risultato che Sartor, passato a un look neo-brutalista con lunghi capelli sbiondati, si trova a essere la seconda se non la terza scelta.

Racimola appena 12 presenze, e nel mercato d’inverno della stagione successiva finisce in esilio al neopromosso Ancona; non trova uno spazio stabile neppure in quella povera squadra illusa dall’acquisto di Jardel e destinata al letale uno-due di retrocessione e fallimento.

Nella Capitale, ormai, per lui non c’è più posto: viene nuovamente spedito in prestito, stavolta al Genoa, e nell’ultimo anno di contratto in giallorosso è ormai un corpo estraneo alla squadra; quando manifesta l’intenzione di accasarsi all’estero, nessuno a Trigoria prova a fermarlo.

Nell’anno di Calciopoli finisce in Ungheria, al Sopron, squadra ignota ai più ma al centro di un progetto di rilancio per mano del magnate magiaro-rumeno Vìzer, che finanzia una campagna acquisti vistossima; arrivano tanti giocatori danubiani di discreto livello, ma il vero colpo di mercato è Beppe Signori, giunto al termine della sua parabola bolognese; gli allenatori saltano come tappi di champagne, e a gennaio, contemporaneamente all’arrivo di Sartor, la panchina viene affidata a Dario Bonetti.

La squadra gioca un campionato deludente, la colonia degli italiani si dissolve rapida come si era formata ma, come si vedrà, mantiene i contatti.

A trent’anni la carriera ad alti livelli di Gigi Sartor è ormai finita; Alex Del Piero, insieme ad altre vecchie conoscenze come Buffon, Cannavaro e il feroce Materazzi, vince la Coppa del mondo a Berlino, mentre lui racimola appena un ingaggio in B a Verona, dove non gioca che una manciata di partite, poi va a chiudere mestamente la sua parabola in terza serie alla Ternana.

L’hanno frenato gli infortuni, la concorrenza, la mancanza di ambizione, quei pensieri che sembrano tenergli compagnia ogni volta che si schiera fra i compagni per la foto di rito?

L’impressione è che il ritiro nel 2009, a trentaquattro anni, gli sia di sollievo: è la fine dei confronti poco lusinghieri, la certezza che ha fatto molto peggio di Del Piero ma molto meglio di Barban, De Franceschi o Petiziol, onesti mestieranti delle serie minori.

Finalmente si spalanca per lui la possibilità d’una vita normale, lontano da telecamere e fotografi; rileva un bar a Parma, e per un paio di anni nessuno s’interessa di lui.

Poi arriva la Procura di Cremona, lo scandalo delle intercettazioni, le voci sul “gruppo dei bolognesi”, che sarebbe capitanato da Beppe Signori, quello “degli zingari” e quello “di Singapore”, la notizia-bomba che il “Gigì” di cui parlano i burattinai del calcioscommesse è proprio lui, e la sua posizione appare immediatamente più compromessa rispetto a quella degli altri calciatori, ex calciatori e dirigenti – oltre 130 nomi – coinvolti nell’inchiesta.

Inizia un complesso iter giudiziario che lo riporta, suo malgrado, alla ribalta: nel dicembre 2011 viene incarcerato, le sue telefonate nelle quali dichiara dei suoi referenti asiatici “mi stanno facendo un po’ paura” diventano di dominio pubblico, così come le foto dell’ex calciatore tradotto in aula da due “baschi azzurri” della Penitenziaria, e la squalifica sportiva è roba da ridere rispetto all’imputazione per associazione a delinquere. Solo la prescrizione impedirà alla Giustizia di pronunciarsi in via definitiva sulla questione.

Ora, se questo fosse il soggetto d’un film o di una serie tv, quale personaggio trovereste più coinvolgente e meritevole di pietas fra i tesserati ed ex tesserati della Figc coinvolti nell’affaire? Quelli che continuano imperterriti a giocare in Serie A o guadagnano panchine importanti, o non piuttosto il povero “mister Miliardo”, una grande promessa mancata che si ritrova stretta fra l’incudine degli scommettitori e il martello dei bookmakers clandestini, raggiunto nel suo bar di Parma dalle minacce delle mafie asiatiche che reclamano indietro i loro investimenti, evitato come un appestato dagli ex compagni di spogliatoio e di merende?

La vita reale

La vita reale non è una serie televisiva. L’ultima scorta di empatia che il pubblico generalista poteva provare per Gigi Sartor forse si è volatilizzata a metà dello scorso decennio con la condanna a nove mesi per maltrattamenti ai danni della compagna. Contando che rischiava due anni di più, legati a un’ulteriore accusa di stalking per la quale è stato riconosciuto innocente, possiamo figurarci una separazione burrascosa e non priva di colpi bassi come se ne vedono tante.

I giornali emiliani parlano di Sartor come di un uomo sul lastrico, ridotto a guadagnarsi da vivere come dipendente dello stesso locale di cui un tempo era il titolare; che la notizia sia più o meno esatta, di certo non nuota nell’oro.

Il compiacimento di chi gode delle disgrazie altrui non ha limite, così come l’invidia nei confronti degli ex giovanotti strapagati per tirare calci a un pallone e divertire l’Italia; basta scorrere i commenti sotto le notizie che riguardano il recente arresto di Gigi, colpevole di avere allestito insieme a un amico una piantagione di marijuana in un casolare.

La notizia delle “106 piantine, dalle quali si sarebbero potuti ricavare due chili di droga” è rimbalzata ovunque, così come i dettagli della goffa installazione della serra in un casolare per il quale era stato richiesto il raddoppio della potenza elettrica, il dettaglio della luce delle lampade che filtrava nottetempo da porte e finestre, e il particolare dell’odore inequivocabile che promanava dalla costruzione.

Per essere un piano delinquenziale, bisogna ammettere che era stato organizzato in maniera dilettantesca, e personalmente ci fa stringere il cuore pensare che un uomo di 46 anni, specializzato in occasioni perdute, da una parte venga trattato alla stregua di un grosso trafficante, dall’altra venga messo alla berlina perché non abbastanza furbo nell’allestire il suo giro illecito.

Sarebbe poi così scandaloso se un uomo nella posizione di Sartor, invece di mandare avanti l’avvocato con le sue frasi di circostanza, prendesse parola e spiegasse che lui ha già avuto abbastanza guai, che quest’ultima trovata della coltivazione diretta gli è venuta in mente solo perché è a corto di quattrini come metà buona dei connazionali, e che in fondo per un joint non è mai morto nessuno?

Quello sfogo sarebbe il finale ideale della storia, ma non lo leggeremo mai. Perché questa è l’Italia, non l’Inghilterra, e qui da noi chi è caduto nella polvere da grandi altezze merita giusto un risolino di scherno, poi più niente.

 

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